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Economia italiana dal 1870 al 1914

Compiuta l’unità con l’annessione di Roma a seguito della breccia di Porta Pia del 1870, il governo italiano si pose un preciso obiettivo: fare dell’Italia, per tanti secolo divisa e soggetto all’occupazione straniera, una nazione progredita e potente tale da stare alla pari con le più grandi potenze europee.
Uno dei compiti che il nuovo regno si propose di attuare con priorità fu il miglioramento delle comunicazioni. Se nell’Italia settentrionale ed in modo particolare in Piemonte, la situazione era buona, soprattutto grazie all’opera di Cavour, nel sud essa era disastrosa. Infatti la rete ferroviaria sia nella zona di Napoli che in Sicilia era molto ridotta e le poche strade carrozzabili mancavano di manutenzione e praticamente erano inservibili. Il compito di ampliare la rete ferroviaria fu affidata a tre società: la Mediterranea, l’Adriatica e la Sicula. Nel 1905, lo Stato prese il posto di queste tre società creando un’azienda autonoma, chiamata F.S. (Ferrovie dello Stato) In poco più di 30 anni la rete ferroviaria fu triplicata. In seguito ad accordi con alcuni stati europei limitrofi, fu iniziata anche la costruzione di alcune gallerie alpine che permettevano il collegamento con la rete ferroviaria dell’Europa settentrionale. Infatti nel 1871 fu inaugurata la galleria del Fréjus che collegava l’Italia con la Francia, nel 1882 quella del San Gottardo e nel 1906 quella del Sempione, entrambe colleganti l’Italia con la Francia.
Un’importante opera idraulica fu anche il prosciugamento del lago Fucino in Abruzzo che rese coltivabili 16.500 ettari di terreno. In tale zona fino ad allora abbandonata a causa della malaria, cominciarono a sorgere numerose case coloniche.
Nel 1906 fu iniziata anche la costruzione di un acquredotto che dal fiume Sele in Campania avrebbe portato l’acqua nella Puglia, la regione meno ricca di risorse idriche. Da questa opera trassero beneficio gli abitanti di circa trecento comuni pugliesi, che poterono così usufruire dell’acqua potabile. Anche l’agricoltura ne fu notevolmente avvantaggiata perché molti terreni rimasti fino ad allora incolti per mancanza di irrigazione poterono diventare produttivi.
L’industria italiana mancava di macchinari moderni e soprattutto di personale specializzato e per sopperire a questa carenza si doveva ricorrere a prodotti d’importazione. Non appena raggiunta l’unità politica, l’Italia si preoccupò di portare l’industria allo stesso livello degli altri Stati europei. E alla scarsità di petrolio e di carbone si sopperì con l’impiego dell’energia elettrica. Infatti, a Milano sorse la prima centrale elettrica d’Europa ad opera della società Edison a cui, in breve tempo, ne seguirono altre. ‘impulso all’industria fu notevole. Alla fine del XIX secolo, l’Italia possedeva pertanto numerosi complessi industriali: Acciaierie di Terni, Breda, Dalmine, F.I.A.T., Pirelli. A questi, si aggiungevano le industrie tessili- cotone, lana e seta - (Busto Arsizio, Gallarate, Como, Bergamo), industrie alimentari (Napoli, Lombardia ed Emilia Romagna) e industrie chimiche (la Montecatini a Pisa e Carlo Erba a Milano).
Lo sviluppo dell’industria ebbe come conseguenza l’incremento degli scambi commerciali con l’estero: i macchinari, i tessuti di seta, i prodotti farmaceutici, le automobili erano articoli oggetto di esportazione.
Anche i traffici marittimi ne risentirono positivamente: nei primi anni del XX secolo, l’Italia possedeva 700 navi a vapore (ormai le imbarcazioni a vela erano state sostituite con quelle a vapore) e il porto di Genova, insieme a quello di Marsiglia, era il più attivo di tutto il Mediterraneo.
Allo sviluppo industriale fecero riscontro delle importanti misure sociali, prese dal governo Crispi e Giolitti. Infatti, la giornata lavorativa di quattordici ore fu portata ad otto, fu concesso a tutti i lavoratori un giorno di riposo settimanale, furono istituite le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro ed una Cassa di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia.
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