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Le politiche di Destra e Sinistra dopo l'unificazione dell'Italia


Dopo l’unificazione dell’Italia, il Parlamento dovette far fronte a tanti importanti problemi:
    il completamento dell’unità nazionale (rimanevano fuori dell’Italia ancora il Vento e lo Stato pontificio
    l’analfabetismo diffuso: il 78% del popolo era analfabeta, soprattutto al sud
    l’industrializzazione procedeva a rilento a causa dei finanziamenti delle banche, la scarsità di vie di comunicazione, la mancanza di materie prime quali ferro e carbone, la mancanza di manodopera specializzata, per la repentina eliminazione delle barriere doganali interne che causò la rovina di numerose fabbriche del sud che non riuscivano a mantenere la concorrenza con quelle del nord
    problema economico: il debito pubblico che era stato aggravato dalle guerre di unificazione ed era più dispendioso mantenere uno stato così grande invece che tanti stati piccoli. Era necessario un pareggiamento di bilancio
    la differenza di lingua, religione, costumi delle varie regioni
    la diffusione di malattie contagiose a causa della malnutrizione
    il fenomeno del brigantaggio, diffusosi soprattutto nel sud che vedeva lo stato come nemico e non come alleato.

Il Parlamento era formato da due correnti politiche: quelle della Destra e della Sinistra.
Avevano il diritto di voto solo un numero molto ristretto di persone tanto che a votare nel 1861 furono solo l’1,9% della popolazione formato da aristocratici e dalla borghesia terriera ed industriale. Per questo motivo la legislazione fu gravosa per i ceti meno abbienti.

La politica della Destra

Dopo l’unificazione salì al potere la Destra che si concentrò sul pareggio del bilancio. Per fare ciò attuò varie riforme:
    aumentò le imposte, soprattutto quelle indirette, come la tassa sul macinato applicata da Quintino Sella, che danneggiarono gravemente le classi più povere
    incrementò anche lo sviluppo dell’agricoltura, che però non aiutò nel migliorare le condizioni di vita dei contadini
    non fu in grado di porre rimedio alla stagnazione del settore industriale
    favorirono la costruzione di opere pubbliche

La terza guerra d’indipendenza e la questione romana

L’Italia nonostante non riuscisse ancora ad annettere lo stato pontificio, a causa dell’opposizione della Francia, riuscì ad ottenere il Veneto. Alleatasi con Bismark con il trattato italo-prussiano, il quale voleva attaccare l’Austria su due fronti, cominciò la terza guerra d’indipendenza, alla fine della quale con la pace di Vienna, l’Italia ottenne l’annessione del Veneto.
La questione romana si aprì nel 1870 quando il conflitto franco-prussiano e il conseguente ritiro dei Francesi da Roma, permisero all’Italia di invadere lo Stato pontificio. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane entrarono a Roma attraverso la breccia di Porta Pia. Con il plebiscito lo Stato pontificio fu annesso all’Italia, Roma divenne la capitale della nazione, finì il potere temporale della Chiesa.

La politica della Sinistra

Con la caduta della Destra salì al potere la Sinistra la quale cercò di attuare le seguenti riforme:
    l’estensione del diritto di voto, al quale avevano accesso solamente gli uomini iscritti all’elenco dei contribuenti, di sesso maschile che sapessero leggere e scrivere
    riduzione della pressione tributaria
    riduzione dell’analfabetismo

Divenne presidente del consiglio Agostino Depretis, il qual ricorse anche lui al costume politico del trasformismo.
Depretis abolì la tassa sul macinato che però ebbe conseguenze negative sul bilancio, alle quali egli pose rimedio aumentando le imposte di consumo (senza quindi migliorare le condizioni di vita dei più poveri), con la riforma elettorale abbassò il limite di età degli elettori, del censo facendo alzare il numero degli elettori solamente dal 2,2% al 7,4%, anche perché le donne e il proletariato rimasero esclusi dal voto). Istituì l’obbligatorietà e la gratuità dell’istruzione elementare, ma questo non bastò a diminuire l’analfabetismo della popolazione: era necessario, infatti, incrementare il numero degli insegnanti, costruire scuole dovunque, aiutare le famiglie con dei piccoli finanziamenti per scoraggiare il lavoro minorile. Ma tutto questo richiedeva un grande sforzo economico e, per questo motivo, non subito attuabile. Depretis istituì anche una Cassa nazionale per aiutare i lavoratori che avessero avuto incidenti sul lavoro e per tutelare le donne e i bambini lavoratori.
Per quanto riguarda l’economia, Depretis attuò una politica protezionistica: istituì una tariffa doganale protettiva sulla base del principio che lo stato dovesse avere una funzione regolatrice negli scompensi causati dal liberalismo. Tale politica fu incoraggiata anche dalla crisi dell’agricoltura e dalla concorrenza di Cina e Giappone. L’imposizione di barriere doganali scoraggiò le importazioni. Ne trassero vantaggio tuttavia gli industriali del Nord soffocando lo sviluppo dell’industrializzazione del Sud di cui venne incoraggiata l’economia agricola con le misure protezionistiche prese sui prodotti agricoli.
Le alte tariffe doganali, però, determinò difficoltà notevoli soprattutto negli scambi commerciali con la Francia, che esportava varie materie prime in Italia. Iniziò così la guerra delle tariffe che comportò un pauroso crollo dei prezzi a causa dell’enorme quantità di prodotti rimasti invenduto e il calo delle esportazioni. Le masse contadine espressero il loro malcontento con agitazioni e scioperi e la situazione favorì l’emigrazione in America. La Sinistra favorì il progresso industriale anche grazie ai capitali stranieri. Le attività industriali aumentarono favorendo la nascita di nuove banche. Si svilupparono soprattutto le industrie tessili, siderurgiche, meccaniche, chimiche e automobilistiche (Fiat). L’Italia si stava avviando verso l’industrializzazione.
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