Eliminato 45 punti

Crollo di Wall Street nel 1929

Tra il 1923 e il 1929 l’economia americana visse un intenso boom economico; fattore essenziale del boom fu l’espansione dei beni di consumi durevoli: auto, elettrodomestici, radio, grammofoni, ecc. soprattutto presso le classi medie. La produttività del lavoro crebbe del 43% grazie all’applicazione su larga scala dell’organizzazione taylorista-fordista, basata sull’introduzione della catena di montaggio nelle fabbriche. Tale sviluppo, però, era minato all’interno da tre contraddizioni.

A) A tale espansione non corrispose un aumento proporzionale dei salari dei lavoratori, i quali videro diminuire gradualmente il potere d’acquisto del loro denaro; si ebbe un calo nella domanda con conseguente eccesso di offerta che generò una vera e propria crisi di sovrapproduzione.

B) Una seconda contraddizione era data dal sistema finanziario americano,basato sulle teorie liberiste.

- Il liberalismo economico o liberismo ritiene che la libera iniziativa economica dell'individuo, non condizionata dallo Stato, sia la condizione per il funzionamento del mercato. La libera concorrenza e il libero scambio determinano l'aumento della produzione a beneficio della maggioranza della popolazione. Il solo intervento dello Stato, riconosciuto come lecito, è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono il corretto funzionamento del mercato.-

In sostanza gli USA mancavano di autorità finanziarie in grado di correggere le distorsioni che si venivano man mano creando nell’economia, in quanto le amministrazioni repubblicane erano convinte che la sola politica economica praticabile dalle autorità federali fosse l’astensione da ogni intervento in economia. L’unico intervento delle autorità centrali fu sempre diretto a favorire le tendenze all’espansione e contrastare sistematicamente chi chiedeva di porre fine ad un boom che rischiava, alla lunga, di rivelarsi dannoso.

Una terza contraddizione era costituita da un incremento straordinario del mercato azionario, caratterizzato da una vera e propria febbre della borsa.
Buona parte dei profitti industriali veniva dirottata in operazioni finanziarie attraverso l'intermediazione delle banche, sicché un'enorme massa di denaro si diresse in misura crescente verso la Borsa. L’euforia di facili guadagni non coinvolse solo i ceti più abbienti, ma anche una grande quantità di piccoli risparmiatori, che preferirono giocare in Borsa il proprio denaro piuttosto che destinarlo ai consumi.

In sostanza, il settore finanziario dell'economia si gonfiava a dismisura, senza una corrispondente crescita del settore reale: alla crescita abnorme del mercato dei titoli azionari non corrispondeva un aumento della ricchezza prodotta e consumata. Il 24 ottobre 1929 l'indice di Wall Street iniziò a scendere. Bastò questa flessione, segno che venivano offerte alla vendita più azioni di quante ne venissero richieste, per invertire la tendenza al rialzo: risparmiatori e speculatori iniziarono a vendere per timore di subire gravi perdite. Si diffuse il panico: più si vendeva, più il valore delle azioni diminuiva, determinando una nuova ondata di vendite e così via. Tutti i tentativi delle autorità monetarie e delle banche per arginare il crollo risultarono vani: l'indice di Borsa iniziò a cadere verticalmente e oltre sedici milioni di azioni furono vendute in pochi giorni . Si avviò una spirale di caduta dell'economia in quanto dalla Borsa la crisi si trasmise a tutto il sistema economico. Una catena di fallimenti investì le banche coinvolte nelle speculazioni (oltre 5000 banche chiusero, 2300 nel solo 1931); i risparmiatori, presi dal panico, si precipitarono a ritirare i loro depositi. Le banche, a loro volta, ridussero drasticamente i finanziamenti, sia alle imprese per investimenti, sia ai privati (per esempio i mutui per l'acquisto della casa).

Molte fabbriche furono costrette a chiudere e la disoccupazione si estese
a macchia d’olio negli Stati Uniti; la miseria invase il paese, per le strade, molti
erano i mendicanti che aspettavano la distribuzione del pane. La situazione era grave
non solo nell’industria, ma anche nell’agricoltura, perché gli agricoltori, non potendo
saldare i debiti con le banche, cedettero loro le terre.
La crisi chiamata “Grande depressione” si propagò rapidamente a tutti i paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che avevano richiesto l'aiuto economico degli americani dopo la Prima Guerra Mondiale: Gran Bretagna, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia. In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 in Germania, 3 in Gran Bretagna). Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo Piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna.
Nel 1932, negli Stati Uniti fu eletto presidente Franklin Delano Roosevelt, il quale inaugurò il NEW DEAL, cioè un “NUOVO CORSO” che prevedeva l’intervento dello Stato nei processi economici, applicando le teorie dell'economista britannico John Maynard Keynes, autore dell’opera Teoria generale dell'Occupazione, dell'Interesse e della moneta, che penetrò sensibilmente nei reticolati della cultura economica liberale americana, dando luogo ad un lungo dibattito. L'opera dell'economista inglese infatti, sosteneva l'incapacità del mercato di autoregolamentarsi e quindi in una situazione di inflazione galoppante ed evidente recessione, l'intervento da parte dello stato nell'attività produttiva e nel processo economico diveniva determinante per risollevare le sorti del paese e ridistribuire verso il basso la ricchezza, evitando dunque la sproporzione evidente nel dato periodo.
L'intervento dello Stato nell'economia attraverso la realizzazione di infrastrutture, creazione di un Welfare State (stato assistenziale) in grado di poter sostenere la forza lavoro disoccupata, conseguente aumento della domanda per riavviare il processo produttivo furono i cardini dell'opera del primo mandato roosveltiano.
Furono emanati 15 provvedimenti economici urgenti per arginare la crisi; tra l’altro venne ristrutturato il sistema bancario e furono presi dei provvedimenti a favore dell’industria, dell’agricoltura e dei disoccupati. Fu emanata una legge sulla regolamentazione agricola per far fronte alla sovrapproduzione, con la quale gli agricoltori furono obbligati a limitare la loro produzione. Fu assegnato un sussidio di disoccupazione ai bisognosi e vennero costruite grandi opere pubbliche come scuole, ospedali, strade, ponti ecc. per creare posti di lavoro. Questo primo NEW DEAL fu realizzato dal 1932 al 1935. Il secondo NEW DEAL, invece, si ebbe dal 1936 al 1939 e fu caratterizzato dall’introduzione di nuove norme che tutelavano i diritti e i salari dei lavoratori. Tuttavia l’economia statunitense ebbe una fase di espansione solo con lo scoppio della seconda guerra mondiale che costituì per le industrie un affare finanziario di proporzioni colossali.

La “Grande depressione” fece sentire i suoi effetti anche in Italia dove tra il 1929 e il 1933 i disoccupati aumentarono da 300.000 a 1.300.000.
La reazione del fascismo alla crisi si mosse su tre linee fondamentali:
A) taglio dei salari per ridurre i costi della produzione;
B) sviluppo dei lavori pubblici per dare lavoro e ridurre la disoccupazione ;
C) intervento dello stato per aiutare i settori in difficoltà.
Si costruirono strade, autostrade, tratti ferroviari, edifici pubblici e venne realizzato l’acquedotto pugliese; molto ambizioso fu il programma di “bonifica integrale” che prevedeva la bonifica delle terre malsane, la lotta alla malaria e il recupero delle terre incolte; tuttavia questo programma fu realizzato solo in parte, per mancanza di fondi. La parte più spettacolare del progetto venne portata a termine nel 1934 con la bonifica dell’Agro Pontino, un vasto territorio paludoso a sud di Roma. Ma i costi estremamente elevati di queste grandi opere incisero enormemente sul bilancio pubblico facendo salire il deficit dello Stato.

Inoltre per salvare dal fallimento molte banche italiane a capitale misto ( cioè in possesso di notevoli quote azionarie di industrie ), il governo nel 1931 creò l’IMI, Istituto Mobiliare Italiano, cioè una specie di banca pubblica che aveva il compito di sostenere finanziariamente le industrie e nel 1933 fu creato invece l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale che aveva il compito di provvedere alla ricostruzione delle industrie. Con questa politica lo Stato italiano si trovò a controllare una quota notevole dell’apparato industriale e bancario e divenne quindi uno “Stato imprenditore”. Grazie a questi provvedimenti l’Italia, sia pure a prezzo di gravi sacrifici imposti alle classi lavoratrici, poté uscire dalla “Grande depressione”; tuttavia nel 1935, l’Italia ebbe una svolta ed entrò in un ciclo negativo che gli storici hanno definito “economia di guerra”. Infatti il Duce, trascinato dal desiderio di potenza che era parte integrante dell’ideologia fascista, iniziò una politica di costose imprese militari che sottrasse risorse agli investimenti produttivi.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email