La grande crisi del 1929

Ragioni, effetti, conseguenze

Il 29 ottobre 1929, un martedì, alla borsa di New York, negli Stati Uniti d’America, l’ondata di vendite al ribasso di milioni di azioni delle società quotate, già iniziata giovedì 24 ottobre, raggiunge il culmine determinando il crollo non soltanto del “New York Stock Exchange”, cioè la borsa di Wall Street, ma di tutta l’economia americana e, subito dopo, mondiale. Quel giorno oltre 13 milioni di azioni passano di mano, al ribasso. È l’inizio di un lungo periodo di crisi economico-finanziaria che durerà un decennio circa e sarà ricordato come “la grande depressione”: avrà ripercussioni sociali e politiche molto rilevanti su tutto lo scenario internazionale. La grande depressione che, tranne un sensibile miglioramento tra il 1933 e il 1935, terminerà di fatto soltanto nel 1939-1940 con la Seconda guerra mondiale: la conseguenza più tragica della crisi esplosa nell’ottobre del 1929 in un palazzo di Wall Street a New York.

Dunque il 29 ottobre salta improvvisamente “ lo stile di vita americano”, che aveva dominato gli anni Venti, e con esso “saltano” gli Stati Uniti d’America, una federazione di stati indipendenti abitata da 125 milioni di persone. Malgrado l’impatto del crollo borsistico coinvolga, di fatto, poco più di un milione di americani, le conseguenze psicologiche interessano tutta la popolazione. Le cronache di quei giorni, delle settimane e dei mesi seguenti, riferiscono di un’ondata di suicidi; di lunghe file di lavoratori, soprattutto operai e impiegati, che si trovano improvvisamente senza un salario; della polverizzazione del ceto medio, cioè della classe sociale più diffusa negli Stati Uniti. Le fotografie dell’epoca ricordano i lunghi cortei di gente affamata e l’espansione delle cosiddette “Hoovervilles”: le baraccopoli delle migliaia di senzatetto che spuntano alle periferie delle maggiori città, ma pure in quelle medie. Il termine “Hoovervilles” deriva da Herbert Clark Hoover (1874-1964), presidente degli USA in quell’epoca: “città di Hoover”, appunto. Malgrado la diffusione – una baraccopoli fu allestita anche al “Central Park” di New York – il fenomeno delle “Hoovervilles” resterà comunque temporaneo e, tutto sommato, marginale rispetto alle dimensioni anagrafiche del Paese. Nel breve volgere di due-tre anni aumenterò il numero dei poveri e della gente mal nutrita. Non tutti, però, hanno subito pesante conseguenze dal martedì nero dell’ottobre 1929. Joseph Kennedy, uno spregiudicato finanziare padre del futuro presidente USA John Fitzgerald (1917-1963) raccontò di aver deciso di uscire quando si accorse che persino i lustrascarpe parlavano del gioco in borsa e di investimenti. È probabile che l’esperienza nelle tecniche finanziarie, oltre che per il suo generoso contributo economico alla campagna elettorale, del 1932, avessero indotto Franklin D. Roosevelt a nominarlo capo, nel 1933, del nuovo ente per il controllo della borsa. *(Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2008)
Ma c’è un altro aspetto, per nulla secondario, che il disastro economico generato dal crollo borsistico di Wall Street ha messo a nudo: la definizione stessa di libertà. Quella che nei prosperosi anni Venti era apparsa come una certezza, cioè l’eliminazione della povertà attraverso il sistema capitalistico, si infrange di fronte alla realtà. Niente e nessuno resta escluso né immune dal “martedì nero”.Quanto a dimensioni, la crisi del 1929 resterà, fino all’autunno del 2008, quando il fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers innescherà un tracollo del sistema finanziario-economico internazionale , come “la più grave, e generalizzata, della storia del mondo industrializzato occidentale”. Un terremoto senza precedenti.
Sullo sfondo del lungo periodo della “grande depressione”, lo scrittore americano John Steinbeck (1902-1968), premio Nobel per la letteratura nel 1962, ambienterà il suo romanzo più celebre: “Uomini e topi” (“Of Mice and Men”), pubblicato nel 1937.

Le cause della crisi del 1929 negli Stati Uniti d’America
Le cause del crollo borsistico del 1929, e in generale della crisi economica americana, sono molteplici. E non vanno riservato esclusivamente nel mondo della finanza ma anche in quello politico. Alle cause vanno poi sommati i fattori.

Alcuni economisti attribuiscono la responsabilità del disastro di Wall Street alla cosiddetta compressione dei salari erogati ai lavoratori americani, specialmente quelli del comparto agrario, che aveva un peso molto rilevante nell’economia statunitense. Era accaduto, in sostanza, che le retribuzione non avevano seguito lo stesso aumento al rialzo della produzione, determinando una minore capacità di spesa da parte della popolazione. Dunque: elevata produzione di beni e di merci da una parte; minore richiesta di acquisto dall’altra. Il ceto meglio taglia drasticamente l’acquisto dei cosiddetti “nuovi beni” quali, per esempio, l’automobile, il frigorifero, la radio, l’abbigliamento. Il calo della domanda innesca inevitabilmente un’ondata di licenziamenti; e la crisi si avvita paurosamente su se stessa.
Alcuni dati spiegano, sebbene in parte, i fatti dell’ottobre 1929. Nel 1925 il valore medio delle azioni quotate alla borsa di New York era di 159 punti, nel 1928 arriva a 300 punti e poco prima del crollo addirittura a 380 punti. I profitti realizzati con il gioco in borsa sono dunque molto elevati nel 1928 e risultano addirittura migliori nei primi tre mesi del 1929. In sostanza, nell’arco di quattro anni il valore era più che raddoppiato. Tale rapido, e irrazionale, sviluppo indica chiaramente la mancanza di qualsiasi controllo nel sistema borsistico statunitense.
Dopo la fine della Prima guerra mondiale (1914-1918), l’America aveva conosciuto una forte crescita della cosiddetta speculazione finanziaria, non legata a fattori produttivi ma subordinata esclusivamente al gioco in borsa, cioè all’acquisto e alla vendita di azioni all’insegna del cosiddetto “mordi e fuggi”. Fare denaro sembrava dunque abbastanza semplice. Il fenomeno, che aveva illuso a facili e rapidi guadagni, aveva tuttavia una fragilità evidente non essendo, appunto, legato a fattori correlati all’economia industriale e, soprattutto, a quella reale, quotidiana.
Tutto il sistema finanziario statunitense, inoltre, era in mano a speculatori e, in molti casi, a veri e propri truffatori. E le stesse industrie e compagnie quotate in borsa annidavano al loro interno, tra i dirigenti di più alto livello, dei lestofanti privi di cultura finanziaria ed economica.
Non va poi dimenticato, tra i fattori che hanno influito pesantemente sulla crisi dell’ottobre del 1929, l’impianto del sistema bancario americano costituito da un numero elevato di istituti di piccole dimensioni, molte delle quali avevano concesso prestiti senza la contropartita di solide garanzie. Difatti, a seguito del “martedì nero” falliscono oltre 640 banche.
Un altra causa che ha scatenato la crisi del 1929 è la politica dell’amministrazione del presidente Hoover in materia economica, in particolare la riduzione dei tassi di interesse del denaro, che aveva facilitato l’erogazione del credito. A ciò va aggiunto l’assenza di una vera pianificazione economica da parte del governo: un vuoto che ha lasciato ampi margini di manovra alla sfrenata speculazione finanziaria.
Va poi considerato lo scenario economico mondiale nel quale si innesca la crisi americana del 1929. Gli Stati Uniti d’America avevano partecipato in maniera rilevante alla Prima guerra mondiale, sia militarmente che politicamente, e, una volta terminato il conflitto, avevano fatto pesare la propria forza finanziaria-economica. La decisione di entrare in guerra aveva permesso all’America di ridurre una sovrapproduzione che aveva già mostrato i segni di una crisi. Ma le cose non erano andate poi nel modo sperato e, sebbene non sia alla base del “martedì nero”, è tuttavia innegabile che le limitazioni di scambi con i mercati dell’Europa e dell’America Latina, dovute a una riduzione della capacità d’acquisto in quelle aree commerciali, abbiano giocato un ruolo nella crisi del 1929, sebbene marginale.
*(La fonte principale per la crisi del 1929 negli Stati Uniti è il libro dell’economista americano John Kenneth Galbraith (1908-2006) “Il grande crollo”, Rizzoli Bur, Milano, 2003).


Gli effetti in Italia del crollo di Wall Street nel 1929
Dal 1922 il Regno d’Italia – una monarchia costituzionale – è governato dal Partito Nazionale Fascista. Fondato come Movimento dei Fasci Italiani di Combattimento nel marzo 1919 da Benito Mussolini (1883-1945), un giornalista direttore de “Il Popolo d’Italia” ed ex esponente di rilievo del Partito Socialista Italiano, il fascismo è stato, nella sua fase iniziale, un movimento fortemente repubblicano e anticlericale, anti capitalista e anti bolscevico, e con audaci rivendicazioni di matrice socialista d’avanguardia: giornata lavorativa di otto ore; minimi di paga; imposta straordinaria sul capitale e sulla ricchezza; partecipazione dei lavoratori al controllo delle industrie; nazionalizzazione delle fabbriche di armi; sequestro di tutti e beni delle congregazioni religiose; suffragio universale con voto alle donne. Il fascismo, già nel 1921 il primo partito di massa in Italia, prende il potere nel novembre 1922 quando il re Vittorio Emanuele III di Savoia incarica Mussolini di formare un nuovo governo. Il futuro Duce ottiene la fiducia da una larga maggioranza della Camera dei deputati, dove a favore – 306 sì, 116 no e 7 astensioni – votano anche i liberali, i popolari cattolici di don Sturzo e alcuni esponenti dei socialisti liberali. Nel dicembre 1922 viene istituito il Gran Consiglio del fascismo, un organo che aveva il compito di tracciare le linee generali della politica fascista. Sei anni più tardi, al Gran Consiglio viene data l’autorità di “legiferare” in materia di successione al trono e di prerogative e attribuzioni della Corona, e di decidere il capo del governo. Il risultato è un forte ridimensionamento del peso politico dei Savoia e l’inizio del totalitarismo. Per certi aspetti il fascismo, così come il comunismo, o bolscevismo, che preso il potere in Russia nel 1917, è stato una risposta alla crisi dello “stato liberale” acuita dalla Prima guerra mondiale. E rappresenta il “prototipo” di governo per altri Paesi europei: in Spagna, nel 1923, il generale Miguel Primo de Rivera, appoggiato dall’esercito, dagli industriali dai sindacati, induce il re Alfonso XIII a nominarlo primo ministro; in Portogallo, nel 1926, un colpo di stato militare sovverte la repubblica proclamata soltanto sedici anni prima.
Nell’ottobre 1929, quando avviene il crollo della borsa di New York, l’Italia è dunque saldamente nelle mani del Partito fascista. La politica economica liberista inaugurata da Mussolini già nel 1922, che si manifestava limitando il controllo della Stato sulle imprese, aveva dato alcuni esiti positivi. Tuttavia l’elevato volume delle importazioni delle materie prime, decisamente superiore rispetto alle esportazioni, aveva causato un forte aumento dei prezzi al consumo, e di conseguenza innescato il fenomeno dell’inflazione.
Nel 1925 il cambio della lira rispetto alla divisa all’epoca regina dell’economia mondiale, cioè la sterlina britannica, raggiunge un valore elevatissimo: servono 150 lire acquistare una sterlina. In termini reali, significa che le materie importante dall’estero diventano insostenibili per l’economi italiana. Ecco, dunque, la decisione, nel 1927, di una manovra deflazionistica che fissa il cambio con la sterlina a 90 lire: e sarà, appunto, denominata “quota 90”. Per attuarla, però, il governo italiano chiede in prestito 100 milioni di dollari alla banca d’affari americana Morgan. La manovra è fortemente osteggiata dai grandi gruppi industriali. L’effetto è riscontrabile in una graduale stabilizzazione della valuta italiana. La manovra ha avuto tuttavia una ricaduta sociale abbastanza pesante: il drastico taglio dei salari, tra il 10 e il 20%, a fronte di una diminuzione del costo della vita di appena 1,5-2%. La situazione economica italiana, malgrado gli interventi statali, rimane nel suo complesso comunque negativa. E tale si presenta alla vigilia del crollo di Wall Street.
La crisi del 1929 si ripercuote inevitabilmente anche sull’Italia, ma va subito detto che le conseguenze si riveleranno inferiori rispetto ad altri Paesi europei: per gli operai e i contadini i contraccolpi si faranno sentire in modo serio, ma non così drammaticamente come invece in America. Va ricordato, inoltre, che l’Italia pre crisi non ha quelle caratteristiche di consumi interni degli Stati Uniti: non è cioè un Paese consumistico in cui i “nuovi beni”, acquistati con la formula di indebitamento chiamato rateizzazione, sono diffusi. Anzi, non ci sono “nuovi beni”.
Il capo del governo Mussolini si rende subito conto della gravità del terremoto americano. Anticipando per certi aspetti il piano di misure governative conosciuto come “New Deal” – letteralmente “nuovo corso” – lanciato nel 1933 dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt (1882.1945) per contrastare la grande depressione, Mussolini avvia una serie di interventi statali. Essi possono essere sintetizzati in quattro punti:
espansione e sviluppo delle opere pubbliche, specialmente le costruzioni ferroviarie e cantieristiche; aiuti e sussidi ai lavoratori della terra
estensione della politica di salvataggio da parte dello Stato di banche e industrie private in condizioni fallimentari. Tale piano verrà attuato attraverso il cosiddetto «sistema Beneduce», che prevedeva la separazione fra le banche e le imprese industriali, e la costituzione di due enti specifici: IMI (Istituto Mobiliare Italiano) e IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale).
appoggio a intese tra i produttori attraverso la costituzione di consorzi, volontari ed obbligatori, che diventerà un aspetto integrante della politica fascista delle corporazioni. I consorzi saranno visti dagli imprenditori come un attentato alla sovranità dell’iniziativa privata, e contrari alla dottrina liberista.
controllo dei salari e, a partire dal primo gennaio 1930, riduzione fino al 12% delle retribuzioni dei dipendenti dello Stato (all’epoca erano soprattutto nelle Ferrovie e nelle Poste e Telegrafi)
Per quanto riguarda l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), esso è stato fondato nel 1931 su iniziativa dell’economista Alberto Benedice (1877-1944), di orientamento socialista riformista, fortemente convinto che le condizioni dell'economia italiana richiedevano la statalizzazione degli strumenti di produzione e la direzione statale dell'attività produttiva. Sosteneva che era necessario “fornire lo Stato delle possibilità di intervento indiretto, di stimolo e di controllo, sullo sviluppo economico, da realizzarsi soprattutto attraverso strumenti finanziari”.
L’IMI ha dunque un duplice scopo: concedere mutui a imprese private di nazionalità italiana contro garanzia di valori mobiliari; assumere partecipazioni azionarie in imprese private di nazionalità italiana. L'Istituto finanzierà, a breve e medio termine, queste attività attraverso l'emissione di obbligazioni garantite dallo Stato.
L’attività dell’IMI è la premessa per la nascita della più importante IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) costituito nel gennaio 1933. L’ente prende il controllo della Banca Commerciale Italiana – che a sua volta detiene il pacchetto di maggioranza dell’industria siderurgica ILVA – del Credito Italiano e del Banco di Roma, evitandone il fallimento, e si assume il compito del risanamento finanziario delle grandi imprese controllate dalle ex banche miste, in vista, una volta risanate, della loro restituzione all'imprenditoria privata. L’IRI acquisisce, già nel 1933; anche il controllo dell’industria automobilistica Alfa Romeo, a un passo dalla chiusura.
Negli periodo compreso tra il 1929 e il 1932, la produzione industriale italiana subisce comunque una contrazione media attorno al 20%, con punte superiori al 30% in alcuni settori, quali per esempio il tessile e il meccanico.
Gli effetti del lungimirante “sistema Beneduce”, che di fatto ha rappresentato una scuola o se vogliamo un prototipo di un intervento temporaneo dello Stato nell’economia privata, hanno certamente evitato che il patrimonio industriale italiano scomparisse. La ripresa economica, dopo il 1935, favorisce le operazioni sul mercato: i titoli industriali in possesso dell’IRI possono quindi essere venduti a condizioni migliori rispetto a quando vennero messi sotto tutela dall’istituto. Alberto Benedice manterrà la presidenza dell’IRI fino al 1939, malgrado la grave malattia che lo aveva colpito tre anni prima.
* (Le fonti per la situazione riferita all’Italia sono gli articoli pubblicati da il “Il Sole 24 Ore”; Enciclopedia ****; “L'Imi per il progresso dell'economia italiana” a cura dell’Ufficio Studi IMI, Roma, 1968)

Le conseguenze della “grande depressione” in Germania
Dopo la fine della Prima guerra mondiale, e la sconfitta degli Imperi centrali (Austro-ungarico e Germanico), la Germania deve costruire il suo futuro. Nel gennaio 1919, a Weimar, città della Turingia, si riunisce l’Assemblea nazionale per dare forma a un nuovo governo repubblicano semi presidenziale; da cui appunto la denominazione di Repubblica di Weimar. Prima esperienza di democrazia in Europa dopo la Grande Guerra, sopravviverà soltanto quindicina anni; cioè fino al gennaio del 1933, quando in Germania al potere salirà Adolf Hiltler (1889-1945) e il partito nazionalsocialista.
La Repubblica di Weimar nasce nel sangue, nell’anarchia, nelle paure e nella miseria della Germania uscita distrutta dal conflitto. E nelle lotte tra opposte fazioni: da una parte i bolscevichi rivoluzionari, che però contano poco; dall’altra i nostalgici del vecchio ordine imperiale. Le elezioni del 1919 danno la maggioranza ai socialdemocratici, segue il centro-democratico e, al terzo posto, i conservatori-liberali. I tre partiti formano un governo di coalizione. Il primo pesante colpo che la neonata repubblica deve affrontare è la conferenza di pace di Parigi, che impone la perdite di vasti territori e il pagamento di esorbitanti riparazioni di guerra.
La situazione è drammatica, catastrofica. Oltre mezzo milione di reduci invalidi è ridotta alla fame; le condizioni economiche peggiorano rapidamente mese dopo mese. Nel gennaio del 1923, per esempio, un uovo costa 30 marchi; in agosto il prezzo arriva a 30.000 marchi. La caduta del valore della moneta pare irrefrenabile e viene coniato il termine “iperinflazione weimariana”. Nel 1924 viene introdotta una nuova divisa: il “Rentenmark”; che, lentamente, si stabilizza.
L’economia comincia a riprendersi e a crescere senza soste, arrivando a superare i livelli di prima della guerra. Il grande artefice della rinascita tedesca è il leader dei conservatori Gustav Streseman (1878-1929), abilissimo nell’arte della diplomazia, uomo deciso e intelligente ma anche molto accorto. Egli rifiuta i “diktat” imposti dal trattato di pace, senza tuttavia sconfinare nella prepotenza e nell’arroganza, e riesce ad avviare una politica in cui i trattati vengano discussi di volta in volta. E ristabilisce il ruolo internazionale della Germania. Il protagonista della crescita tedesca muore nel 1929. Ed è l’inizio della fine della fragile Repubblica di Weimar.
Il “martedì nero” di Wall Street travolge con impeto la Germania e in breve si diffonde il panico. La crisi partita dall’America è l’origine del declino prima e della rapida agonia poi della repubblica. Nel 1931 le banche tedesche, oramai sull’orlo del fallimento, vengono messe sotto tutela dallo Stato. La crisi delle esportazione determina il crollo della produzione industriale.I salari e i prezzi subiscono un abbassamento di almeno il 10%. Nel gennaio del 1932, a tre anni dall’inizio della crisi, in Germania i disoccupati arrivano a 6 milioni, ai quali vanno aggiunti altri milioni di persone che hanno un lavoro saltuario. È dentro questo drammatico quadro che si rafforza il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori. Il suo leader Adolf Hitler sfrutta la situazione per aumentare il proprio consenso proponendosi come l’unico in grado di risolvere, con una svolta radicale e autoritaria, i problemi delle masse dei lavoratori. La sua ascesa è inarrestabile. E il 30 gennaio del 1933, il futuro capo del nazismo diventa Cancelliere del Reich. I negativi eventi economici generati dalla crisi del 1929 hanno dunque influito in maniera determinante sulle vicende della Germania.
* (La fonte per gli effetti della crisi del 1929 in Germania è il libro dello storico tedesco Karl Dietrich Bracher (1922) “La dittatura tedesca. Origini, strutture, conseguenze del nazionalsocialismo in Germania”, Il Mulino, Bologna, 1980. Bracher è considerato uno dei maggiori studiosi della Repubblica di Weimar e della Germania nazista)

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