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Breznev, Andropov e Cernenko

Breznev riportò la politica sovietica su un asse più repressivo e conservatore. L’idea era quella di puntare nuovamente sull’industria pesante e di reprimere duramente ogni dissenso. La politica estera fu ambigua, perché i contatti tra Unione Sovietica e Stati Uniti continuarono, ma la rivalità si fece sempre più accesa. Negli anni settanta Breznev approfittò della situazione di crisi dell’Occidente e prese il controllo di alcune zone dell’Africa. L’Occidente era in crisi, perché la crescita, iniziata negli anni Sessanta, si era bloccata e perché i Paesi arabi avevano sestuplicato di colpo il prezzo del petrolio che era diventato la fonte energetica primaria. L’Unione Sovietica, che era il più grande produttore di petrolio al mondo, si trovò a guadagnare moltissimo da questa situazione e spese tutti questi soldi in armamenti.

L’Occidente uscì dalla crisi negli anni Ottanta con la rivoluzione tecnologica e l’Unione Sovietica si trovò in quell'occasione spiazzata. L’errore di Breznev fu l’essere stato troppo conservatore. Nel 1968 a Praga la direzione del partito comunista cecoslovacco aveva deciso di ripristinare alcune libertà. Di fronte a questa iniziativa Breznev ordinò all’Armata Rossa di mettere Praga sotto scacco, reprimendo le manifestazioni di dissenso nel Paese satellite.
Nel 1979 vi fu un intervento militare anche in Afghanistan, il quale era uno Stato satellite, in cui al potere vi era un regime che stava cercando di modernizzare e laicizzare il Paese. Ciò però provocò lo sviluppo sempre più forte di un filone politico integralista. Nel 1979 ci fu quindi l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS.
Nel frattempo in Iran l’imperatore era stato rovesciato da una rivolta studentesca in nome della libertà dallo straniero, infatti, l’imperatore era considerato come un fantoccio degli Stati Uniti.
Si era inoltre affermata una forte differenza tra un élite aristocratica, benestante e che viveva sul modello occidentale e una massa di gente poverissima che veniva controllata. Questa situazione aveva dato vita a una rivolta che aveva una forte componente religiosa. Il regime venne abbattuto, ma gli Stati Uniti non intervennero, perché erano coinvolti nella guerra del Vietnam. L’URSS era soddisfatta della sconfitta riportata dagli Stati Uniti, ma la situazione dell’Iran si rivelò un boomerang, perché contagiò presto anche l’Afghanistan e molte zone dell’Asia che erano sotto il controllo sovietico.
Le due invasioni ordinate da Breznev contribuirono tra l'altro a screditare l’Unione Sovietica. I problemi economici di quest'ultima negli anni Settanta vennero coperti attraverso la vendita del petrolio. Tra il 1978 e il 1982 la tensione tra le due superpotenze crebbe. Breznev nel 1978 fece schierare dei nuovissimi missili nucleari nei pressi della Germania. Grazie a questi missili l’Unione Sovietica avrebbe potuto distruggere l’Europa occidentale con il preavviso di qualche minuto. Questo atto, nella logica dell’URSS, avrebbe dovuto spingere gli Stati europei a rinunciare alla propria alleanza con gli Stati Uniti altrimenti sarebbero stati distrutti. La reazione degli Stati europei però fu differente, perché autorizzarono gli Stati Uniti a piazzare sui loro territori missili che avrebbero potuto distruggere l’Unione Sovietica con pochissimo preavviso. Questo episodio, noto come "la crisi degli euromissili", generò uno stato di grande tensione, ma alla fine si concluse senza lo scoppio di una guerra.
Breznev morì nel 1982 e negli anni Ottanta il problema economico emerse prepotentemente. Nel 1982 divenne segretario del PCUS Yuri Andropov, il capo del KGB. Essendo a capo dei Servizi segreti, questi era consapevole dei problemi dell’Unione Sovietica e aveva già preparato un piano per superare la crisi, ma morì nel 1984. Al suo posto venne chiamato Konstantin Cernenko, che però era anziano e morì nel 1985.

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