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8 settembre 1943: La morte della patria



Dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, il regime fascista non era più in grado di sostenere uno sforzo militare per il quale era impreparato. Si cominciò a pensare che per salvare il Paese dall'imminente catastrofe bisognava “sacrificare il Duce”.
Venne così chiesto al sovrano Vittorio Emanuele III di assumere in prima persona la direzione politica del paese; fra i principali ispiratori dell’iniziativa ci fu Dino Grandi, affiancato dal genero di Mussolini, Ciano.

Mussolini richiese un voto chiarificatore, ma i membri del Gran Consiglio votarono a favore della mozione di Grandi. Il Duce fu prelevato dalle forze dell’ordine su mandato del sovrano e fu condotto in una località segreta sulle vette del Gran Sasso.
Successivamente il re nominò alla guida del governo di guerra il maresciallo Pietro Badoglio.
Molti italiani si illusero che la guerra fosse finita e che la dittatura fosse caduta. Però l’illusione della pace durò pochissimo; infatti Badoglio avviò delle trattative segrete con gli Alleati che portarono alla firma dell’ “Armistizio di Cassibile”, reso pubblico l’ 8 settembre del 1943, ma non aveva rotto l’alleanza con la Germania.

Hitler, così, ordinò di intimare ai soldati italiani la resa delle armi, molti vennero disarmati, fatti prigionieri e spediti nei campi di concentramento in Germania.
La parte sotto controllo tedesco venne occupata militarmente. Il re e la sua famiglia abbandonarono Roma, per andare a Brindisi, dove insediarono il Regno del Sud.