1922 - Mussolini e i dirigenti fascisti


Dopo aver ottenuto il consenso dal re Vittorio Emanuele III di poter formare un nuovo governo dopo la marcia su Roma, Mussolini può chiedere il massimo: infatti la mattina del 30 ottobre del 1922 si presenta al re, il capo dei fascisti chiede e ottiene l'incarico di formare il nuovo governo. Il re, intimidito o in fondo non troppo contrario, accetta le condizioni poste da Mussolini che può così formare un nuovo governo politico.
Formalmente l'alternanza di governo che porta Mussolini al potere rispetta le norme costituzionali, che di fatto sono state completamente sconvolte. Mussolini ci mette due giorni per formare il suo governo: è un governo di coalizione composto da cinque fascisti (Mussolini, De Stefani, Oviglio, De Vecchi e Giurati), da tre indipendenti filofascisti (Diaz, Thaon di Revel e Gentile), da due popolari (Tangorra e Cavazzoni), da due democratico-sociali, che è un raggruppamento di ex radicali di destra (Carnazza e Colonna di Cesarò) e da due liberali appartenenti a due diversi gruppi parlamentari (De Capitani d'Arzago e Rossi di Montelera). Ciò significa che il capo di un partito che ha 38 deputati alla Camera (pari al 7% dei seggi) ha non solo la presidenza del Consiglio ma è sorretto da una netta maggioranza di ministri che appartengono al suo gruppetto no di parlamentari. Che questo governo si formi in un quadro in cui la legalità costituzionale è infranta lo sottolinea lo stesso Mussolini durante il discorso di presentazione del nuovo governo ala Camera (esattamente il 16 novembre del 1922), quando davanti a molti deputati sgomenti dice che poteva stravincere ma poteva anche farlo e poteva sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. La Camera vita così la fiducia al governo Mussolini con 306 voti favorevoli e 116 contrari. Il Senato fa lo stesso con 196 voti favorevoli e 19 contrari. In questo contesto sia la Camera che il Senato approvano un disegno di legge di proposta governativa con il quale si concedono al governo i pieni poteri per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione.
E nonostante si conservino ancora elementi propri della tradizione costituzionale (il dibattito parlamentare, il voto di fiducia), il primo governo Mussolini dev'essere considerato come l'inizio della fine del sistema liberal-democratico, una fine che viene perfezionata nell'arco di tempo che dal 1922 al 1925.

La svolta totalitaria nelle politica fascista si accompagna anche a un mutamento di rotta nella politica economica. Dal 1924 i prezzi hanno preso a salire, anche in virtù di una netta svalutazione della moneta italiana (la lira) nei confronti delle monete straniere e in primo luogo della sterlina inglese. Per bloccare l'andamento inflazionistico e anche per esibire internazionalmente la stabilità e la prosperità del neonato regime fascista, Mussolini nell'agosto del 1926 decide di procedere alla rivalutazione della lira, che viene portata a "quota novanta", questa è un'espressione che significa che mentre prima una sterlina inglese valeva 155 lire italiane, adesso ne vale 90). Questa mossa serve a mettere un freno al l'inflazione e a far scendere il prezzo delle importazioni mentre le retribuzioni industriali seguono un andamento parallelo. Tra l'altro la scelta mentre in una certa difficoltà le imprese economiche esportatrici. Infatti la rivalutazione della moneta italiana fa sì che le merci italiane che vengono esportare costino molto più di prima. Per esempio, prima della rivalutazione un certo quantitativo di merce italiana del valore di 1000 lire italiane era venduta agli importatori inglesi al prezzo di 6,4 sterline, dopo la rivalutazione la stessa quantità di merce italiana, dello stesso valore di 1000 lire italiane, per il solo effetto della nuova parità di cambio costa agli importatori inglesi 11 sterline, l'aumento del prezzo all'estero è evidente e ciò rende le merci italiane meno competitive sui mercati stranieri. Ne consegue un rallentamento nella crescita economica che è segnalato dalla discesa e poi dalla stagnazione del PIL tra il 1926 e il 1929.

Comunque parallelamente il governo mussoliniano tende ad accarezzare un'idea di assoluta autonomia dell'economia e della società italiane, per questo promuove una politica favorevole alla crescita demografica della popolazione e al tempo stesso lancia la cosiddetta "battaglia del grano" ovvero un'azione volta a favorire il raggiungimento dell'autosufficienza alimentare. Per ottenere questo risultato si procede a un netto innalzamento dei dazi doganali sui cereali nel 1925, al tempo stesso i produttori vengono incoraggiati a estendere la superficie coltivata a grano e a usare tecniche più moderne nella produzione (cioè macchine agricole e concimi chimici per esempio), iniziative che sono promosse anche con la distribuzione di finanziamenti e primi appositi per i migliori in campo di produzione del grano.
Un altro aspetto importante dell'azione economica fascista è il varo della "bonifica integrale", cioè l'azione di prosciugamento e di messa a coltura di aree plurisecolare e malariche ancora esistenti soprattutto nell'Italia centrale e meridionale, iniziata nel 1928 con grandi ambizioni questa iniziativa raggiunge comunque risultati solo parziali ma significativi.

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