1914 - Propaganda per la guerra


Nell'agosto del 1914 non molti hanno chiaro che tipo di guerra sia quella che ci si sta apprestando a combattere. Sebbene le notizie della guerra anglo-boera e di quella russo-giapponese abbiano parlato di efferatezze inusitate e di nuove tecnologie enormemente distruttive, l'idea che a cosa ci si fa a guerra è quella di uno scontro cavalleresco, condotto con tecniche e strategie simili a quelle impiegate dagli eserciti di Napoleone I: attacchi all'arma bianca contro il fronte nemico, mentre un fuoco di copertura protegge gli eroici guerrieri.
La cultura ottocentesca aiuta a fantasticare in questo modo. Il revival medievale di Ivanhoe e di Sigfrido, di Parsifal e di Lohengrin, fa pensare ai soldati come ad altrettanti paladini avvolti in lucenti armature, una fantasticheria che la grafica della propaganda bellica spesso di sfruttare con la massima efficacia possibile. Del resto, la cultura profonda dell'Occidente è una cultura bellica, una cultura che si è nutrita, e ancora si nutre, di letture che parlano, con naturalezza e ammirazione, di battaglie e massacri, dalla Bibbia a Omero, da Ariosto ai romanzi storici ottocenteschi. Inoltre la mascolinità ottocentesca si è costruita intorno alle immagine dell'uomo combattente e della donna da difendere. Queste le figure dell'immaginario che vengono ripetute una grande quantità di volte negli articoli, nelle immagini, nelle pitture e perfino nelle fotografie o nelle cartoline che accompagnano la vita di chi combatte come di chi resta a casa.

E poi, senza alcun dubbio ci sono gli imperativi nazional-patriottici, da cui gli stessi ideali della mascolinità bellica e del neomedievalismo cavalieresco traggono alimento. La difesa della patria, l'onore della nazione, l'obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale sono doveri a cui risulta difficile sottrarsi e che spiegano la strana conversione dei socialisti europei alla guerra, riluttanti certamente ma consapevoli dei loro obblighi bei confronti del proprio paese.

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