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Sant’Andrea a Mantova

Il marchese Ludovico Gonzaga, ambizioso signore impegnato a rinnovare Mantova in senso moderno e a darle dignità monumentale di piccola capitale, promosse la costruzione di un nuovo grande santuario accanto all’abbazia benedettina della città, dove era conservata una veneratissima reliquia del sangue di Cristo. Il denso assetto urbanistico della zona e le proteste dei monaci, contrari a trasformare l’antica chiesa conventuale in un tempio rinascimentale, ritardarono il programma fino al 1470, quando Alberti si aggiudicò la commissione progettando, nel poco spazio disponibile, una struttura in grado di accogliere le folle di pellegrini.
I lavori iniziarono poco dopo la morte di Alberti a partire dalla facciata, sotto la direzione dell’architetto Luca Fancelli (1430-95), ma si bloccarono presto per la crisi finanziaria e per un’epidemia di peste. La copertura fu realizzata solo nel 1490, mentre barocchi sono presbiterio, transetto e abside (1597-1600) e rococò la cupola (1732-82, su progetto di Filippo Juvarra).
Sant’Andrea presentava un così forte insieme di novità formali e strutturali - legate soprattutto all’interpretazione dell’architettura classica - che venne da subito considerata un modello fondamentale per le chiese rinascimentali in tutta la Lombardia e non solo. Infatti, anche se la basilica fu costruita ben dopo la morte di Alberti, è l’opera che meglio esprime le teorie dell’architetto sull’edificio come monumentum e come animai: in quanto monumentum, punta a recuperare la classicità nella sua dimensione “eroica”, monumentale e magniloquente; in quanto animai, è considerato alla stregua di un “organismo vivente” in cui, al pari del corpo umano, tutte le parti sono legate tra loro, contribuendo all’armonia e al funzionamento dell’insieme. Questo risultato è stato ottenuto applicando un sistema di relazioni geometriche e proporzionali ai suoi elementi costitutivi (anche in questo caso, per esempio, la facciata si basa sulle figure geometriche del quadrato e del triangolo).
Come nel Tempio Malatestiano, la maestosa facciata coniuga l’arco trionfale romano (ispirato in particolare a quello di Tito a Roma) e il fronte di un tempio, ricordato dal timpano triangolare. Anche nella Basilica di Sant’Andrea il profondo scavo dell’arco crea particolari contrasti di luce e ombra che animano la facciata. L’arco monumentale, impostato su lesene corinzie scanalate, è inquadrato da quattro paraste su alti plinti (richiamo alle colonne portanti di un tempio classico), che reggono la trabeazione decorata da un fregio con teste di cherubini e, al disopra, un ampio frontone classico. Dietro le paraste, circa a metà altezza, scorre un’altra trabeazione con un fregio a motivi vegetali, che continua anche nella profonda rientranza centrale, dove la volta a botte a lacunari, derivata dalle basiliche romane, richiama quelle interne della navata e delle cappelle maggiori.
La facciata, oggi uniformemente intonacata, era forse impreziosita dalla policromia, come lasciano supporre residui pittorici rinvenuti in diversi punti: una decorazione a finti marmi sarebbe d’altronde in linea con l’architettura del Rinascimento padano e con il gusto antiquario del pittore Andrea Mantegna, amico di Alberti e lungamente attivo a Mantova a partire dal 1457, con cui certamente l’architetto ebbe proficui scambi di idee.
Il nicchione ad arco posto sul frontone e corrispondente al culmine della navata (più alta quindi della facciata) resta a tutt’oggi un mistero: si tratta di un complesso sistema escogitato per l’illuminazione interna o di una tribuna per esporre la reliquia? Tracce di porte murate lungo le sue pareti sembrerebbero confermare la seconda ipotesi.
Per la planimetria l’architetto si ispirò al modello del tempio etrusco descritto nel De re aedificatoria sulla base di Vitruvio: una grande aula, su cui si aprono cappelle absidate e sacelli (ossia cappelle più piccole) che si susseguono alternandosi. Un’altra fonte di ispirazione classica, utilizzata qui per la prima volta e alla base di tutta l’architettura del Rinascimento, sono le terme romane, caratterizzate da grandi spazi con coperture a volta e con annessi locali laterali. L’esito finale è una pianta a croce latina dalle proporzioni maestose e con un vasto transetto.
L’interno è grandioso: la navata unica con volta a botte, la prima così ampia dalla fine dell’antichità, si richiama alle enormi navate laterali della Basilica di Massenzio a Roma, ma forse anche all’architettura dipinta da Masaccio (probabilmente su suggerimento di Brunelleschi) nella Trinità di Santa Maria Novella. Alla volta fanno da contrafforti i sacelli, disposti lungo le pareti laterali che replicano in serie la struttura della facciata. Gli ordini architettonici hanno una funzione di sostegno e fanno visivamente parte dei muri, a differenza di quanto avveniva in Brunelleschi, che li separava anche cromaticamente secondo un sistema più rigido e semplificato.
L’omogenea penombra, quasi mistica, che regna all’interno è una caratteristica da preferire, secondo Alberti, alla luminosità radente e abbondante. La volta a cassettoni, realizzata nell’Ottocento, si ispira al progetto albertiano, ma il resto della decorazione neoclassica ne snatura l’antica sobrietà: Alberti raccomandava tavole e sculture al posto degli affreschi, che avrebbero ostacolato la “lettura” delle superfici architettoniche.
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