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Il Rinascimento e la concezione dell’uomo

Dal Trecento al Cinquecento avvengono in Europa trasformazioni in ogni campo: dalla politica all’arte, dalla morale alla scienza; muta anche la mentalità collettiva. Tali trasformazioni si dipanano con lentezza, ma sono talmente profonde e radicali che finiscono per mutare il significato e il valore dati all’esistenza umana
e alle reciproche relazioni tra uomo e natura. E poiché molti di questi cambiamenti individuano il loro punto di riferimento nella cultura antica, questo lungo periodo, di cui ancora si dibattono i precisi limiti cronologici, le scansioni interne e i debiti con le età precedenti, viene comunemente indicato come Rinascimento.

In Italia è il pensiero umanistico a interpretare a livello colto questo rivolgimento, che assume connotazioni piuttosto diverse nei vari campi della produzione culturale. Con l’espressione humanae litterae gli intellettuali del tempo identificano il sapere che ha come oggetto l’uomo, distinto dalla teologia, che ha come oggetto Dio (divinae litterae); con studia humanitatis si indicavano fin dal Duecento la retorica, la grammatica, la poesia, la storia; e umanisti si chiameranno nel Quattrocento i cultori di queste discipline.
Avviciniamoci dunque a uno dei punti nodali del cambiamento attraverso le parole che un umanista, Pico della Mirandola, nell’orazione De hominis dignitate (1486) fa rivolgere da Dio ad Adamo all’atto della creazione:. Vi si enuncia la centralità attribuita all’uomo, in grado di autodeterminarsi e di definire, in autonomia, sia la propria riuscita sia il proprio fallimento; di essere signore del mondo grazie all’agire pratico e all’esercizio della ragione.
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