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I principi rinascimentali applicati all’urbanistica


Nel secondo Quattrocento, i principi architettonici dell’età dell'Umanesimo si consolidano in gran parte della penisola. L’idea brunelleschiana di concepire un edificio in forma armonica, proporzionata e geometrica si estende all’assetto urbanistico delle città, grazie anche alla vasta fortuna del trattato De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Secondo Alberti, infatti, l’architetto deve saper trovare la "giusta misura” e proporzione tra i singoli edifici, uniformare i diversi quartieri, individuare il giusto criterio per regolare il loro rapporto con la rete viaria. Nella prospettiva umanistica albertiana, la città diviene il riflesso della razionalità e dell’ordine che devono strutturare la società, divisa in arti e professioni. Tale risultato non può che essere il prodotto di un’ampia visione d'insieme portata avanti dal signore che detiene il potere e che si fa affiancare e consigliare dall’architetto. E la radice dell’utopia della città ideale, una delle grandi novità dell’urbanistica del Rinascimento.
All’epoca le città italiane presentavano un impianto ancora medievale, erano cioè cresciute in modo irregolare, senza una pianificazione: gli architetti rinascimentali dovevano quindi inserire i loro edifici in contesti molto lontani dalla loro visione basata su criteri proporzionali e geometrici. A volte essi forzarono l’inserimento degli edifici, senza armonizzarli con il tessuto urbano preesistente, altre volte tentarono di creare quartieri nuovi, basati sui nuovi princìpi di organizzazione razionale dello spazio. E questo il caso di Pienza.
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