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I primi a praticare il paesaggio come genere a sé furono i pittori fiamminghi e tedeschi: la diffusione in alcune aree dell’Europa settentrionale di temi incentrati sulla natura, portarono alla produzione di quadri di paesaggio, in cui comunque non veniva mai meno un soggetto, sacro o profano, che pur di piccole dimensioni motivasse l’esistenza dell’opera stressa. Nelle Fiandre uno specialista di paesaggi fu Joachim Patinier, nativo di Anversa. Nel suo riposo durante la fuga in Egitto alle spalle della scena sacra il paesaggio, tipicamente fiammingo, è concepito come un microcosmo colto a volo d’uccello, secondo una prospettiva aerea che non segue le rigide regole albertiniane: è abbastanza selvaggio ma comunque quieto e rassicurante, caratterizzato da zone rocciose, boschi e radure, e pianure e dolci colline più aperte sullo sfondo; gli elementi di civiltà sono costituiti da piccoli villaggi o castelli. In questo quadro l’occhio è portato a perdersi alla scoperta dei particolari, della verità botanica delle piante, della molteplicità di animali nascosti, a partire dal primo piano fino all’orizzonte, come se tutta la visione avvenisse attraverso una lente: lo scopo è infatti quello di stupire, soddisfacendo le curiosità umane accanto le esigenze del messaggio sacro.

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