Nel 1565 Andrea Palladio ricostruisce la Chiesa di San Giorgio Maggiore.
L’architetto mette insieme due prospetti templari, uno per la navata centrale, d’ordine composito, e uno per le due navate laterali, d’ordine corinzio. Questo prospetto è ispirato al classico, richiama, infatti, un tempio prostilo tetrastilo greco, applicato però a un edificio tripartito tipico di una basilica romana.
Ai lati del portale vi sono le statue di S. Giorgio e S. Stefano.
La facciata, in pietra bianca d’Istria, ha un unico accesso, ai lati del quale vi è un ordine gigante di quattro semicolonne composite, su alti plinti, sormontate da una trabeazione pulvinata sulla quale si instaura il timpano dentellato. Questo primo schema del corpo centrale s’intreccia con un secondo schema corrispondente ai due corpi laterali, caratterizzati da un frontone spezzato che poggia su un architrave sorretto da paraste corinzie. La pianta dell’edificio è una fusione di una centrale classica e di una cruciforme e comprende un grande ambiente rettangolare, diviso nella parte anteriore in tre navate, dalle quali sporgono due esedre corrispondenti alle opposte estremità del transetto. Seguono un presbiterio quadrato un po’ sopraelevato e un profondo coro per i monaci che si conclude a semicerchio. All’incrocio della navata centrale con il transetto vi è una grande cupola.

-Palladio preferisce, come specifica nel suo trattato d’architettura, una pianta centrale, poiché, secondo lui, si accorda meglio con l’immagine del creato, nonché con quella della divinità.-
L’interno della Chiesa è caratterizzato da due tipi di copertura, uno a volte a botte, per la navata centrale, l’altro, per quelle laterali, a volte a crociera. Le pareti dell’edificio sono intervallate da semicolonne gemelle a quelle della facciata, addossate a pilastri. Gli arconi e il tamburo, sottolineato da una balaustra e da finestre, s’instaurano sopra membrature verticali composte da un pilastro e da una semicolonna. Gli spazi interni della basilica sono infine arricchiti da splendidi dipinti del Tintoretto, tra i quali la drammatica e visionaria Ultima cena (1592-1594).
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