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La Pala di San Zeno

Nel 1453 il matrimonio con Nicolosia Bellini, figlia di Iacopo e sorella di Giovanni, entrambi pittori veneziani, offrì a Mantegna l’opportunità di uscire definitivamente dalla bottega di Squarcione e di entrare in contatto con le esperienze figurative della città lagunare. In particolare, dalla grande e innovativa pittura di Giovanni Bellini Mantegna derivò un impiego di colori più caldi e naturali e un addolcimento delle linee e delle anatomie, ma anche il pittore veneziano rimase affascinato dalla forza e dalle novità prospettiche delle composizioni mantegnesche. Nel 1456 all’artista padovano venne commissionata un’importante pala d’altare per la Chiesa di San Zeno a Verona. La grandiosa Pala di San Zeno, destinata all’altare maggiore, fu terminata entro il 1460. Nel 1797 l’opera fu requisita dai commissari napoleonici e trasportata in Francia: i pannelli originali della predella (oggi sostituiti da copie ottocentesche) non sono mai stati restituiti e si trovano a Parigi {Crocifissione) e a Tours (Orazione nell’orto e Resurrezione).
Nella tavola centrale della pala è rappresentata la Madonna con il Bambino in braccio, attorniata da angioletti e seduta su un magnifico trono marmoreo scolpito con rilievi classici, dal cui basamento pende un prezioso tappeto splendidamente dipinto nei minimi dettagli. Negli scomparti laterali sono disposti otto santi in modo da formare un semicerchio che contribuisce a sottolineare la profondità spaziale. Sopra il trono e nelle tavole laterali sono appesi ricchi e colorati festoni di frutta, derivati dalle decorazioni dei sarcofagi romani divulgate a Padova da Francesco Squarcione.
La sontuosa cornice classica decorata è quella originale disegnata dallo stesso Mantegna e ispirata alla perduta struttura dell'Altare del Santo di Donatello.
L’opera di Mantegna rappresenta un capitolo fondamentale nell’evoluzione della pala d’altare, perché ne supera la separazione in scomparti tipica della pittura gotica: la forma del trittico è solo apparente, in quanto la prospettiva è utilizzata in modo da unificare attraverso un solo punto di fuga la visione delle tre tavole, che costituiscono quindi un’unica scena. Anche la cornice lignea, realizzata come un loggiato architettonico classico, diventa parte integrante del dipinto: le colonne in rilievo continuano idealmente nei pilastri dipinti che definiscono l’ambiente porticato, aperto verso un paesaggio lontano, in un affascinante gioco illusionistico tra arte e realtà. I diversi pannelli non sono più indipendenti, come nei polittici tradizionali, ma sono legati fra loro: lo spazio unificato continua dietro le colonne e al di là dei bordi esterni della cornice. A sinistra e a destra, i santi ribadiscono la prospettiva segnata dai pilastri, evidenziando l’ampiezza e la profondità di uno spazio razionale e misurabile come nelle opere degli artisti toscani. Le loro figure, rese ancora più monumentali perché riprese da un punto di vista ribassato, sono investite da una luce intensa, che accende i colori e le rende fortemente tridimensionali, quasi come sculture dipinte, anch’esse sulla scia di Donatello.
Alla vivacità della scena contribuisce la varietà di pose e di espressioni dei personaggi, caratterizzati da grande umanità e ritratti in scorci diversificati, con parti che sporgono illusionisticamente verso l’osservatore (il manto di Pietro a sinistra e i piedi del Battista a destra), come se volessero inserirsi nello spazio reale.
La passione archeologica di Mantegna è attestata dal rilievo con putti e cornucopie (simboli di abbondanza) posto ai lati e in fondo sulla trabeazione, dalla base del trono scolpita con genietti e corone, dai medaglioni posti sui pilastri che riproducono rilievi dell’antichità romana.
La presenza di personaggi sacri entro un’architettura paganeggiante suggerisce la continuità tra il mondo antico e quello cristiano, sostenuta dalla filosofia neoplatonica. Alla tradizione tardogotica si rifà la siepe che si intravede sullo sfondo, rimando all’ideale dell’hortus conclusus, mentre i suoi fiori richiamano la purezza e l’innocenza. Le cornucopie rosse da cui sgorgano le ghirlande simboleggiano l’abbondanza; le mele alludono alla speranza di redenzione dell’umanità; le ghiande della quercia rappresentano la forza, le pigne la fecondità e il rinnovo perenne della vita nella natura; i frutti del cedro, infine, per la robustezza del legno su cui crescono, sono emblema di resistenza e incorruttibilità. La base del trono è costituita da un sarcofago romano, allegoria della morte e resurrezione di Cristo. Tutti i santi (con l’eccezione di Lorenzo) recano un libro, allusione all’importanza dello studio dei testi sacri praticato nell’ordine benedettino, che aveva commissionato l’opera, ma anche al valore della cultura in generale.
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