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Orazione nell'orto


Si tratta di una tempera su tavola, esposta alla National Gallery di Londra, che Mantegna ha dipinto nel 1455. Forse fu commissionata dalla famiglia Este e dopo essere stata proprietà degli Aldobrandini a Roma, passò nelle collezioni del cardinale Fesh nel 1845 e, successivamente, in quella Northbrook da cui pervenne all’ubicazione attuale.

L’opera rappresenta Gesù in ginocchio, su di uno sperone roccioso, mentre sta pregando nell’orto dei Getsemani, prima di essere prima di essere arrestato dalle milizie romane e tradito da Giuda. Proprio questa roccia riporta in oro la firma dell’artista.
In primo piano, vediamo tre apostoli addormentati profondamente: Pietro, Giacomo il Maggiore e Giovanni.
Nella composizione predomina il paesaggio roccioso tanto caro all’artista e sempre presente nelle sue opere. Sullo sfondo, vicino alla montagna, si scorge una città con gli intonaci scalcinati: si tratta di Gerusalemme con la sua architettura mediorientale; all’interno, però, si distingue una colonna tortile che ci fa pensare a Roma. Probabilmente, Mantegna, aveva visto la città nel dipinto di Giotto che orna la Cappella degli Scrovegni a Padova. Come in altre tavole, anche in questa si nota una certa attenzione per i particolari: la presenza di piccoli conigli sulla strada che si snoda verso Gerusalemme, un ibis bianco e un pellicano oppure un avvoltoio appollaiato sull’albero in primo piano che sembra sia guardando la scena. Sulla destra si scorge un drappello di soldati, guidati da Giuda, che marciano in prossimità di un piccolo corso d’acqua la cui acqua sembra ghiacciata. A sinistra, in alto, cinque angeli appaiono a Gesù portando in mano gli strumenti della passione: uno porta una croce, un altro sorregge la colonna dove sarà flagellato Cristo, infine altri due mostrano la lancia e la spugna inzuppata d’aceto fissata in cima ad un’asta.

L’opera è ricca di simboli: lo sperone roccioso su cui Gesù è inginocchiato rappresenta un altare e quindi Gesù è visto come una vittima sacrificale. La città di Gerusalemme che riporta elementi architettonici propri di Venezia, Roma antica e Verona ci fa capire la passione dell’artista per l’antichità classica ed il suo gusto per l’antiquariato. Nei dipinti religiosi, l’immagine del coniglio è spesso presente in quanto, mutando il pelo in estate e in inverno, è simbolo della doppia natura di Gesù, umana e divina. L’albero caduto in basso, a destra, rappresenta il peccato, mentre l’ibis bianco è il simbolo della Resurrezione e l’albero secco e l’avvoltoio preannunciano il sacrificio di Cristo. Infine, il fatto che le mura di Gerusalemme siano scalcinate significa che la città, nel corso del tempo, ha subito diverse distruzioni.
L’uso di forti contrasti chiaro/scuro sottolinea la drammaticità del momento che precede l’arresto del Figlio di Dio e la presenza del paesaggio roccioso determina un’atmosfera di immobilità che precede l’attesa di qualcosa di grandioso, ma tragico.
L’opera può essere messa a confronto con quella eseguita da Giovanni Bellini, cognato di Mantegna. In quest’ultimo, in paesaggio è meno aspro perché le rocce sono sostituite da colline dal profilo più dolce.
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