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La Camera degli Sposi


Proprio grazie alla Pala di San Zeno la fama di Mantegna crebbe enormemente, tanto che nel 1461 divenne il pittore ufficiale della corte di Ludovico III Gonzaga (1444-78) a Mantova, culturalmente una delle più vivaci del tempo. Il clima che vi si stava instaurando era caratterizzato da un gusto antiquario, ispirato ai più profondi valori umanistici, che trovò nel classicismo mantegnesco una piena corrispondenza: non a caso, all’artista padovano fu affidata anche la cura delle ricche collezioni d’antichità gonzaghesche. Un viaggio in Toscana intorno al 1466 e la frequentazione di Leon Battista Alberti a Mantova contribuirono, poi, a rendere l’approccio all’antico di Mantegna ancora più consapevole e filologico.
Nell’ambito della ristrutturazione in senso rinascimentale del Castello di San Giorgio, l’artista eseguì vari dipinti su tavola, ma soprattutto decorò ad affresco la cosiddetta Camera pietà, commissionatagli da Ludovico III nel 1465 e ultimata nel 1474. Gioiello di illusionismo spaziale e pittura profana, la stanza, nota sin dal XVII secolo come Camera degli sposi, è la massima espressione delle qualità artistiche di Mantegna.
La camera, posta al piano nobile, della torre nord, è un piccolo spazio a pianta quadrata, coperto da una volta ribassata scandita da vele e pennacchi, che aveva la doppia funzione di ambiente privato e sala per le udienze pubbliche. Qui, infatti, il marchese riceveva le personalità straniere e gli ambasciatori, che senz’altro dovevano rimanere molto colpiti dalla magnificenza delle decorazioni e dal realismo delle immagini, che esaltavano la potenza e le relazioni politiche dei Gonzaga.
La decorazione ad affresco corre lungo tutte le pareti e sul soffitto, trasformando completamente il piccolo ambiente in una illusionistica struttura architettonica classica, idealmente molto più ampia di quella reale perché aperta sul paesaggio circostante. Solo il camino, le porte, le finestre e i peducci sono veri, tutto il resto è reso illusionisticamente con la pittura. Lo spazio dipinto è la continuazione ideale dello spazio reale.
Mantegna celebra qui la figura di Ludovico e la sua famiglia, in una complessa e realistica rievocazione di una corte rinascimentale unica nella storia dell'arte per bellezza, vastità e completezza. I personaggi si stagliano davanti a noi a grandezza naturale, in atteggiamenti solenni ed eroici (accentuati dal punto di vista ribassato), ma ugualmente palpitanti di vita vera e vissuta. Mantegna ci spalanca d’incanto le porte di un mondo, quello cortigiano, chiuso e per noi oggi misterioso, anzi, ci fa partecipare con lui, alla presenza di Ludovico e del suo seguito, al momento più fulgido della parabola della signoria, al sogno politico e utopistico di un principe del Quattrocento.
Nella scena La corte dei Gonzaga rappresentata sulla parete nord, le figure sono ritratte secondo una consolidata e tradizionale gerarchia: in primo piano il marchese Ludovico e la moglie, in secondo piano i figli e i personaggi della corte. Secondo l’interpretazione oggi più accreditata, Ludovico (immortalato in un’elegante veste da camera e con un grande cappello rosso) ha appena ricevuto dalle mani del segretario Marsilio Andreasi, proteso a sussurrargli o ad ascoltare chissà quale segreto in maniera furtiva, una missiva della duchessa Bianca Maria Visconti, che gli comunica il grave stato di salute del marito Francesco Sforza e, in quanto luogotenente generale del duca, lo esorta a recarsi a Milano. La fervida fantasia di Mantegna ha volutamente creato un episodio ambiguo ed enigmatico, che ha suggerito le più disparate interpretazioni, diventando emblematico del particolare clima di intrighi, sospetti e segreti che caratterizzava le piccole regge rinascimentali.
Il marchese ha accanto la moglie Barbara di Brandeburgo, circondata dai figli e affiancata dalla nana di corte. Sotto la sua sedia giace accovacciato il fedele cane Rubino, cui Ludovico era molto affezionato. La scena svela dunque i legami politici e le alleanze che intercorrevano fra le due famiglie insediate a Mantova e a Milano, esaltando il ruolo della famiglia nella trasmissione del potere (a garanzia del futuro della signoria) e il valore dei matrimoni dinastici. Allo stesso tempo, tuttavia, costituisce anche una straordinaria galleria di personaggi che prendono vita dinanzi a noi. Tutti gli antichi abitanti del palazzo si animano miracolosamente e il pittore si sofferma con minuzia descrittiva sui loro meravigliosi costumi ricamati, in cui prevalgono colori caldi dalle sfumature rosate e dorate. I protagonisti sono ritratti senza indulgere a idealizzazioni particolari: i tratti somatici di Barbara di Brandeburgo tradiscono durezza e spigolosità, i figlioletti accanto a lei mostrano una fragilità fisica testimoniata dalle fonti contemporanee e dalla stessa madre, il segretario di Ludovico mostra impietosamente il naso adunco.
La scena, ambientata all’interno di un cortile delimitato da un muro a medaglioni marmorei, appare come collocata su un podio: si tratta di un’ingegnosa soluzione per ovviare alla presenza del camino, su un lato del quale è raffigurata una scala. Il seguito dei nobili e dei dignitari di corte, che salgono i gradini e passano davanti al pilastro che separa le due arcate, rende unitaria e credibile la scena.
Nonostante le ingiurie del tempo, lo sfarzo decorativo della Camera pietà appare ancora in tutto il suo splendore, nella vivacità della gamma cromatica e degli ori, nell'imitazione dei tappeti e delle stoffe preziose, nei finti stucchi dei pilastri e della volta. Ma ciò che colpì maggiormente i contemporanei e gli stessi committenti fu la capacità di Mantegna di sintetizzare in un’unica visione l’esaltazione dinastica, le citazioni storico-mitologiche e il realismo dei ritratti e dei paesaggi. Le ricerche del pittore sull’unificazione spaziale, infatti, raggiungono qui il risultato più alto, in virtù di una profonda consapevolezza prospettica ma anche di un impiego realistico della luce, fatta provenire da un’unica fonte, il finto oculo della volta, invenzione sino ad allora sconosciuta nella pittura italiana.
II soffitto è immaginato rivestito di una sottile lamina doro e decorato con una serie di finti medaglioni in stucco formati da festoni vegetali e raffiguranti busti di imperatori romani. Anche in questo caso siamo di fronte a una scelta celebrativa: il signore di Mantova è affiancato ai sovrani di un impero che in passato aveva dominato il mondo. Sogno, nostalgia, tentativo di impressionare il visitatore si mescolano nell’utopia tutta rinascimentale del recupero dell’antichità classica, cui Mantegna riesce a dare vita grazie a una profonda cultura antiquaria; un recupero del passato che, però, l’artista riesce mirabilmente a sintetizzare con la "cronaca” contemporanea delle vicende della famiglia Gonzaga, illustrata sulle pareti.
Stupefacente è l’invenzione dell’oculo dipinto nella parte centrale del soffitto, forse un’ideale trasposizione dell’impluvium delle ville romane e soprattutto del Pantheon, ideato da Mantegna probabilmente sulla scorta delle indicazioni che Leon Battista Alberti aveva divulgato nel suo trattato De re aedificatoria (dato che l'artista padovano non era ancora stato a Roma). Il finto oculo, che si apre su un cielo azzurro solcato da soffici nubi, è circondato da una balaustra marmorea da cui si affacciano giovani donne sorridenti (tra cui una schiava mora e una fanciulla che si sta pettinando i lunghi capelli), putti alati e un pavone, tutti virtuosisticamente ripresi di scorcio dal basso. In questo riquadro non mancano momenti giocosi e umoristici: dai trafori della balaustra si sporgono i visi paffuti e curiosi di alcuni putti, che sembrano quasi essere rimasti incastrati, altri sono invece pericolosamente in bilico sulla sottile cornice. Si nota anche un grosso vaso di terracotta appoggiato sul parapetto, che pare destinato a cadere fragorosamente di sotto da un momento all’altro, ulteriore inusuale e divertente pausa all’’interno di un solenne ciclo celebrativo e politico.
È il trionfo dell’illusionismo prospettico e della pittura come mezzo privilegiato per ottenere una finzione visiva. Mantegna “sfonda” metaforicamente il soffitto, creando un’apertura laddove non c’è, immagina un cielo realistico solcato di nuvole al posto del muro, fa interagire con il visitatore, idealmente posto al centro della stanza, figure che paiono essere all’esterno e che lo guardano sorridenti, in uno scambio tra realtà e fantasia quanto mai suggestivo e coinvolgente. Questa scena suggerisce anche la vivacità di una vita quotidiana dietro le quinte della corte: se sulle pareti scorre il rigido cerimoniale e si susseguono i momenti ufficiali, dall’oculo del soffitto si intuisce l’esistenza di un via vai di dame di corte e servitù, personaggi sorridenti e curiosi, che sembrano quasi volerci rendere partecipi di un’etichetta meno rigida e per questo pulsante di vita. L’oculo della Camera degli sposi non passerà inosservato presso i grandi pittori: su di esso si soffermerà Leonardo, che mediterà fruttuosamente sull’illusionismo prospettico per il suo Cenacolo; a esso si ispirerà Giulio Romano per la finta loggia cupolata della Sala dei Giganti a Palazzo Te; da qui partirà Correggio, collaboratore di Mantegna a Mantova, per sviluppare il tema dell’illusionismo spaziale nelle sue celebri cupole affrescate a Parma nella prima metà del Cinquecento.
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