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Lo stile elegante di Filippo Lippi

Un altro pittore profondamente influenzato - almeno inizialmente - dalle novità di Masaccio fu il fiorentino Filippo Lippi (1406 circa-1469). Divenuto frate perché rimasto orfano e adottato dai confratelli della Chiesa di Santa Maria del Carmine, il pittore ebbe una vita movimentata: dopo un soggiorno a Padova (1434) impiantò bottega a Firenze, si innamorò di una monaca di Prato ed ebbe un figlio (Filippino, anch’egli pittore), ottenendo lo scioglimento dei voti solo nel 1461 per intercessione di Cosimo il Vecchio.
Lippi non possiede la visione drammaticamente terrena di Masaccio né il rigore morale e la spiritualità dell’Angelico, ma comprende subito come il problema fondamentale di quegli anni sia la rappresentazione tridimensionale delle forme, di cui tenta di riprodurre la plasticità trasponendo in pittura lo stiacciato di Donatello. Nella fase finale della sua attività preferisce invece abbandonare la ricerca plastica, creando le figure attraverso una raffinata e delicata linea di contorno, che sarà esempio fondamentale per il suo allievo Sandro Botticelli.
La sua opera più celebre è senza dubbio il ciclo di affreschi raffiguranti le Storie di santo Stefano e di san Giovanni Battista, eseguito tra il 1452 e il 1465 all’interno del Duomo di Prato, città dove il pittore lavorò all’apice della propria fama. Il ciclo è stato oggetto di un importante restauro, iniziato nel 2001 e terminato nel 2007.
La scena con il Convito di Erode altro non è che un pretesto per immaginare un sontuoso banchetto in un elegante palazzo dell’epoca, alla presenza di numerosi invitati in costumi contemporanei. La grande sala è rappresentata attraverso una rigorosa prospettiva geometrica, che ha il suo punto di fuga dietro le due arcate sul fondo ed è definita dalle piastrelle in marmo intarsiato del pavimento, dalle tavole coperte da bianche tovaglie e dallo scorcio delle pareti. In questo ampio spazio sono racchiusi i tre diversi momenti della storia narrata nel Vangelo di Marco: a sinistra la decollazione del Battista, verso il centro la danza di Salomè e a destra l’offerta della testa del santo a Erodiade, elegantissima nel suo aristocratico costume. Alcuni personaggi sembrano commentare il macabro avvenimento: eppure nella composizione il dramma è solo intuito, spostato ai margini della scena, sovrastato dall’ambientazione e dall’attenzione ai particolari. In questo senso il pittore crea una rappresentazione lontanissima dal profondo dramma umano narrato da Donatello nell’analogo soggetto scolpito in bronzo per il fonte battesimale di Siena. La vera protagonista è la bionda Salomè, che compare tre volte, in particolare nell’atto di compiere la celebre danza che tanto affascinò Erode, avvolta in un leggero abito candido con i veli svolazzanti nell’aria (la leggenda vuole che Lippi abbia ritratto in Salomè la donna amata). Delicatezza e sensualità convivono nella sua figura, realizzata attraverso una linea di contorno sensibilissima e morbida, in questo senso ormai lontana dalle masse plastiche dei personaggi di Masaccio e premessa indispensabile delle bellissime figure femminili di Sandro Botticelli.
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