melaisa di melaisa
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Abacuc

La statua, popolarmente ribattezzata “Zuccone” per la testa calva, raffigura un uomo anziano, consumato dalle privazioni, vestito con una tunica da cui spuntano le braccia magre e nervose, provato dai dolori e dalla disillusione. Il panneggio è ampio e riproduce l’effetto della stoffa ruvida e spessa della povera gente, senza però nascondere l’anatomia possente del corpo. La posa è dinamica: il busto è ruotato verso destra, l’asse delle spalle è inclinato, il collo è teso e il capo girato verso sinistra. La calvizie, la bocca semiaperta che mostra i denti, il naso pronunciato, gli occhi spalancati, lo sguardo fulminante, visti dal basso dove si trovava il comune osservatore, dovevano incutere timore.
Ci troviamo di fronte a un risultato molto lontano sia dalla sensibilità gotica che da quella classica: Abacuc non è armonico o elegante ma ha una carica emotiva, un'espressività del tutto personale che lo rendono unico, quasi fosse un ritratto e non un "tipo" generico. Il realismo dell’opera, però, ha anche un significato più profondo, che si rifà alle idee dell’Umanesimo: dimostrare che la facoltà della ragione, dono di Dio attraverso il quale l’uomo costruisce se stesso e il mondo, è presente in ogni individuo indipendentemente dal suo aspetto fisico (superando così l’idea negativa della bruttezza propria del Medioevo). Tale consapevolezza di sé ha ancora più valore se conquistata, come nel caso di un asceta, attraverso la sofferenza, qui concretamente e violentemente espressa mediante il contrasto fra l’ossatura delle parti nude e la sovrabbondanza dei panneggi, resa più evidente dall’uso drammatico del chiaroscuro.
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