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MORTE DELLA VERGINE

Caravaggio, a causa delle lunghe peregrinazioni seguite alla sua condanna a morte da parte della curia, giunse a Napoli, in Sicilia e a Malta, riuscendo a diffondere il suo nuovo linguaggio stilistico. L’ultima opera romana che gli viene commissionata, è La morte della vergine, un dipinto che ci fa comprendere il punto della sua maturità: tale dipinto doveva essere collocato in una chiesetta del quartiere di Trastevere, inserendo anche qui alcuni elementi autobiografici ma innovando iconograficamente la rappresentazione della morte della vergine. Già in precedenza, infatti, artisti come Tiziano avevano rappresentato l’assunzione al cielo della vergine come qualcosa di soprannaturale e mistico, ma per Caravaggio, la morte della vergine è la morte materiale di una persona comune.

L’elemento realistico del dipinto è chiaro già dalla rappresentazione, ma è fortemente accentuato dal fatto che ha tratto spunto per la composizione da una fatto personale: la vergine è una prostituta che si prestava ad essere sua modella, morta suicida gettandosi in acqua perché incinta, e persino la sua camera ardente era stata allestita nello studio di Caravaggio, dove erano giunti barboni ed altre persone che frequentavano il luogo. La Madonna rappresentata dal Caravaggio presenta un gonfiore che riporta alla materialità della rappresentazione perché essa si è gonfiata per l’annegamento e il suo corpo non è adagiato su un letto ma su una semplice barella improvvisata costruita da tavole. Il dipinto, che avrebbe dovuto trovare posto in chiesa, fu rifiutato e fu consigliato a Caravaggio di farne una seconda versione che a causa delle sue vicende non fu mai realizzata: tale opera si sarebbe persa se non fosse stata acquistata dal duca di Mantova e giunta, dopo altri acquisti, al Louvre.

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