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Wright - L'architettura organica

Wright nasce in America nel giugno 1869 e, figlio di un pastore battista, passa la sua fanciullezza a pieno contatto con la natura, elemento che influenzerà ampiamente la sua futura produzione artistica.
Wright entra in contatto con l'architettura moderna, studiando soprattutto i materiali e le possibilità applicative. Egli però ha una visione totalmente differente del rapporto natura-costruito e, per ciò, getta le basi sulla teoria dell'architettura organica: l'architettura, paragonata ad un essere vivente, deve essere pensata e realizzata secondo i suggerimenti naturali, biologici che scaturiscono da un'attenta visione della realtà.
Nel 1893 apre un proprio studio privato: da questo momento egli lavorerà rigorosamente da solo, realizzando più di trecento edifici e progettandone più del doppio.

Wright non pare essere sensibile alle problematiche di classe: per lui l'abitare non è un'attività sociale (economicamente condizionata) bensì un'attività organica (obbediente alle soli leggi della natura).

Del primo periodo dell'architettura wrightiana occorre ricordare soprattutto le prairie houses (case della prateria): si tratta di ville unifamiliari che, a dispetto del nome, non vengono quasi mai costruite in aperta campagna ma, piuttosto, inserite nell'ordinata maglia urbanistica. Le case della prateria rimandano al gusto borghese.

L'opera sicuramente più impressionante in questi settant'anni di carriera praticamente ininterrotta è la cosiddetta Casa sulla cascata, Pennsylvania, costruita nel 1936. Voluta da un miliardario la casa si trova immersa nella natura, all'interno di un bosco, su uno spuntone di roccia, nel punto in cui il torrentello Bear precipita per alcuni metri creando una suggestiva cascata naturale.
I materiali sono semplici e provenienti dal luogo stesso: pietra per gli esterni, legno per gli interni. La struttura non si presenta come un corpo estraneo: al contrario mette in evidenza una serie di piani che si accavallano tra loro, protendendosi nel vuoto, a creare un suggestivo e meraviglioso organismo vivente.
Natura e manufatto architettonico si integrano senza mai giungere allo scontro.
L'edificio, di cui il centro organizzatore è l'enorme soggiorno, non ha un fronte o un retro, così come non importa un sopra o un sotto, poiché ogni facciata ha la propria motivazione e il proprio significato, perfettamente autonomi e distinti a quelli delle altre facciate, ma con questi al tempo stesso connessi.

L'ultima opera di Wright non è una casa e non è nemmeno immersa nella natura ma, nonostante questo, rappresenta uno dei capolavori indiscussi del maestro: si tratta di un museo, il Guggenheim Museum, costruito lungo la Quinta Strada di New York, di fronte a Central Park.

Ma poiché il museo è la casa dell'arte e la città è la natura artificiale costruita dagli uomini, allora anche questa volta il tema caro a Wright non viene dimenticato.
Nel progettare tale museo, tra il 1943 e il 1959, l'architetto che morì prima di vedere la sua opera conclusa, si ispirò ad una conchiglia o comunque ad un altro organismo naturale con forma spiraliforme. La spirale è infatti una forma semplice, in quanto costituita su un unico piano, ma al tempo stesso complessa, senza un inizio, né una fine ben precisa.
Il Guggenheim è costruito intorno ad una grande rampa elicoidale che, partendo dal basso, si avvicina sempre più al cielo, dilatandosi contemporaneamente fino a sbocciare in un'ambia cupola vetrata, divisa in dodici spicchi. La luce è inoltra fornita da lucernari che le spirali superiori creano su quelle inferiori, sporgendo. Salendo la rampa si ha la sensazione di staccarsi progressivamente dal suolo; è un modo tutto nuovo di essere museo. Non siamo più di fronte ad un insieme di stanze squadrate e anonime ma un itinerario artistico che si percepisce solo percorrendolo.
Nell'insieme il Guggenheim rappresenta il testamento artistico e umano di Wright.

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