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Jean Tinguely - Tricycle

Protagonista di primo piano del nouveau realisme, lo svizzero Jean Tinguely sviluppò la poetica dell'oggetto nella direzione dell'assurdo: estrapolata la cosa dalla sua realtà quotidiana, ne stravolse l'uso, privandola della sua funzionalità originaria e affidandole ruoli insensati e spesso ridicoli. Risultato di questa metamorfosi dell'oggetto fu la serie delle cosiddette Machines, improbabili assemblaggi di elementi di recupero che, accostati, generano forme scultoree sempre nuove. Ne è un esempio Tricycle, un'opera nata dalla combinazione di rifiuti metallici, come vecchi manubri, tenaglie, tubi, flessibili e sostegni d'acciaio saldati fra loro e che, dotati alla base di tre ruote dai raggi rotti e con le gomme forate, evocano la struttura di un triciclo, da cui il titolo ironico.
Il veicolo ibrido e dall'aspetto sconnesso ha in sé qualche cosa di infantile e, allo stesso tempo, qualche cosa di consunto: allusione sottile al mondo del gioco e a quello della tecnologia, destinata a essere logorata dal tempo. In quest'opera appare, infatti, chiara la riflessione dell'artista sul destino della macchina, erede dell'ironia dadaista nei confronti dell'era meccanica e industrializzata. Tuttavia il suo agire sulla cosa modificandone la natura, prendendosi gioco di lei e in certi casi addirittura distruggendola, nascondeva invece un atteggiamento di critica sociale. Ridicolizzare la macchina significava irridere il principale mito della società moderna.

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