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Il Realismo francese


Il realismo è una corrente artistica nata poco prima della seconda metà dell’Ottocento che si sviluppa in diversi Paesi, come ad esempio la Francia, l’Inghilterra e l’Italia, dove però l’obiettivo è lo stesso: il rifiuto del classicismo in una polemica antiaccademica e la volontà di rompere i rapporti con il passato. Gli artisti del realismo tentavano di cogliere il reale, nel senso della vita quotidiana e in tutto ciò che è visibile e rappresentabile per comprendere meglio “l’essere del proprio tempo”. Il loro desiderio di partecipare direttamente agli eventi del proprio tempo li porta a misurarsi con nuovi soggetti, come scene di vita domestica e immagini di città, colti sinceramente nella loro immediatezza come distillati delle novità del loro tempo. La pittura di paesaggio diventa quindi un genere del tutto autonomo che non funge più da sfondo o contorno di scene principali: la Natura è dipinta ponendosi direttamente davanti ad essa (en-plein-air), ma, a differenza dei Romantici, la lente attraverso cui osservarla non è più interiore, ma quasi scientifica, per quella che essa è in sé, tendenza dimostrata dal Naturalismo francese in letteratura e dalla fiducia nel progresso tecnologico del Positivismo. Infatti, nascono proprio in questo periodo le Esposizioni Universali, la prima delle quali si tenne nel 1851 a Londra all’interno del Crystal Palace, costruito per l’occasione da Joseph Paxton, in stile gotico e a imitazione delle serre per la luminosità dell’ambiente.
In Francia, il caposcuola di questa corrente, in altre parole il massimo esponente e il suo fondatore, è Gustave Courbet ma artisti importanti sono anche Jean-Francois Millet, Jean-Baptiste Corot e Honoré Daumier. L’obiettivo dell’arte e in generale della cultura del Realismo francese, che nasce appunto verso la fine degli anni Quaranta, è “essere del proprio tempo” raccontando ogni vero aspetto della vita. Ad esempio Courbet, Daumier e Millet rappresentano nelle loro opere le drammatiche condizioni di vita dei lavoratori, operai e contadini, schiavi del capitalismo che in quel tempo stava prendendo il sopravvento, che erano sottoposti a turni di lavoro improponibili e privi di alcun diritto. I pittori realisti quindi si impegnano per dare un contributo al fine di migliorare la società e per farlo danno voce, nei loro quadri, alle persone disagiate, umili e povere.
-Un esempio è Il ponte di Narni di Corot, che raffigura un tratto della campagna umbra vicino a Terni, il fiume Nera e i resti di un antico ponte romano, che però mostra il distacco dell’artista dall’ambiente politico e sociale, un’eccezione rispetto ai suoi contemporanei. Il bozzetto olio su carta poi incollato su tela de Il ponte di Narni fu realizzato nel 1826 en-plein-air da Camille Corot per cogliere la luce del momento e il cromatismo della realtà così com’era, caratteristica che ispirerà Vincent Van Gogh. Nel dipinto i toni sono caldi e chiari perché il protagonista è il colore: il verde ingrigito della vegetazione ricopre i versanti delle alte sponde, l’azzurro del cielo e delle montagne all’orizzonte si rispecchia infine a tratti sull’acqua, il tutto reso da pennellate dense e a macchie che rendono più che altro la struttura degli oggetti e non la successione dei piani. L’anno dopo il maestro paesaggista realizzò un monumentale dipinto olio su tela esposto al Salon del 1827, scena molto più ampia dello studio preparatorio, in un’atmosfera più incantata e classica animata da presenze mitologiche per soddisfare le committenze di quel tempo.
-Jean-François Millet realizzò opere principalmente di soggetto rurale i cui protagonisti sono quasi sempre dei lavoratori dal loro volto è praticamente irriconoscibile. Egli non voleva cambiare la società ma resta ancorato ad una visione del mondo cristiana. Questo tema si coglie ne L’Angelus del 1858-59, che raffigura due contadini che interrompono i lavori nei campi per pregare. I protagonisti diventano eroi di una fatica quotidiana a cui è impossibile sottrarsi ma che viene accettata con spirito cristiano quasi romantico, ciò che l’avvicina a Il bacio di Francesco Hayez che, seppur di soggetto tanto diverso, è stata realizzata nello stesso anno. Il pittore francese però si sofferma anche sui campi e nel fondo s’intravede un campanile, i cui rintocchi avranno richiamato a questo momento di raccoglimento. In effetti, più che un soggetto sacro, si tratta di una celebrazione dell’unione uomo-Natura, nostalgicamente rievocata dalla serenità che spira dai due contadini. Infatti, divenne un quadro popolarissimo riprodotto addirittura nei calendari, oltre che apprezzata da altri artisti, come Cézanne, che definì Millet “vecchia ghiandola lacrimale”.
-Honoré Daumier è uno degli artisti che più s’interessa alle condizioni sociali del tempo in seguito agli esiti della Rivoluzione di luglio del 1830. Infatti, realizzò numerosi dipinti sul tema dell’umanità anonima e sofferente del proletariato riprodotta ne Il vagone di terza classe del 1862. Qui l’artista rappresenta un vagone di un treno popolare, pieno di persone povere che molto probabilmente si stanno recando al lavoro nei campi, in pessime condizioni; l’ambiente è fiocamente illuminato solo grazie alla luce laterale che entra dai finestrini. Ma Daumier si focalizza principalmente sulle figure: in primo piano si vede una giovane che allatta il bambino, di fianco a lei è seduta una donna anziana che tiene tra le mani un cesto e al suo fianco è seduto un ragazzino addormentato. Dietro a questa prima fila di persone ce n’è un'altra, raffigurata di spalle e una terza sul fondo. Nei loro tratti si può percepire un qualcosa di animalesco. L’artista con la sua opera è in grado di farci percepire l’odore che stagnava nell’aria, in un che di satirico, ma sembra prevalere un senso di solidarietà nei confronti di questi pendolari che invece fa leggere il soggetto sotto forma di denuncia sociale dei mali da loro subiti.
Questa visione lo accompagnò per tutta la sua vita tanto da procurargli anche guai giudiziari, ad esempio l’arresto per aver realizzato una ridicola caricatura del re Luigi Filippo d’Orléans. In effetti molti contemporanei non capirono le sue posizioni estreme, al contrario di Delacroix che gli aveva scritto “Non c’è uomo che stimo e ammiro più di lei”.

Gustave Courbet


Figlio di contadini e partecipe attivo ai moti della Primavera dei popoli del 1848, Courbet non ebbe una formazione artistica regolare ma preferì frequentare studi di pittori e il Louvre, da cui trasse copie di opere fiamminghe e veneziane del Seicento e del Settecento. Il suo scopo era quello di rappresentare i costumi e le idee della sua epoca, visti dal suo punto di vista. Realizzò molte opere che al tempo erano considerate scandalose per la presenza di donne nude, e per questo scartate più volte dai Salons, eventi che si tenevano ogni due anni a Parigi, che attiravano moltissimi turisti e che consacravano un artista alla fama internazionale. Infatti, furono fatti diventare annuali, in modo da dare più possibilità agli artisti emergenti, ma alla fine venivano scelti sempre gli stessi accademici che dipingevano personaggi mitologici e scene sacre con sì indiscutibile bravura, ma che risultava stucchevole e vuota. Erano soprannominati “pompiers”, probabilmente perché i loro soggetti, eroi ispirati soprattutto al classicismo di Jacques-Louis David, indossavano degli elmetti simili a quelli dei pompieri. Per questo nel 1855 Courbet prese le sue opere respinte dai giudici e le espose a sue spese in una sua ‘personale’, cui faceva pagare il biglietto d’ingresso, novità assoluta nel mondo delle esposizioni; definì questa mostra, che rappresenta la vera libertà dell’essere artista, come il Padiglione del Realismo (Pavillon du Réalisme).
Anche nella tecnica portò un’innovazione che consisteva sia nell’uso del pennello che della spatola, le couteau à palette, che rendeva la sua una “pittura materica”, meno attenta ai dettagli ma in cui acquisisce importanza lo spessore fisico del colore.
Ne Gli spaccapietre del 1849 (opera andata distrutta nel bombardamento di Dresda durante la seconda Guerra Mondiale), l’artista rappresenta due operai mentre fanno un lavoro pesantissimo ed estenuante: stanno infatti spaccando pietre. Il ragazzo a sinistra sta portando un cesto di pietre già spaccate e il vecchio, in ginocchio, ne sta spaccando altre in modo meccanico. Non si nota nessun tentativo di idealizzare la scena, al contrario di quanto faceva Millet, seppur con uno scopo nobile di denuncia sociale, anche perché i volti dei due lavoratori non si vedono. Ciononostante il quadro non può non essere notato, perché è lungo più di due metri e mezzo.

Nel Funerale a Ornans si vedono più di cinquanta persone, che assistono a un funerale a Ornans, città natale dell’artista. Le figure sono immobili una accanto all’altra e i loro abiti scuri rendono il quadro poco illuminato ma d’altra parte mettono in risalto il cane dal pelo totalmente chiaro, che cattura l’attenzione ma che guarda altrove, come se fosse capitato lì suo malgrado. In basso a destra si nota una bambina che è praticamente soffocata dai vestiti e dalle persone dietro. L’unico colore ben distinguibile è il rosso, il colore dell’abito dei due notabili della città. Tutto ciò spalmato in quasi sette metri di lunghezza, quasi fosse un affresco di un evento storico, dove in verità tratta in maniera pressoché documentaria un avvenimento comune, perciò criticato con il celeberrimo commento “Dev’essere disgustoso essere sepolti a Ornans” per la volgarità del soggetto, troppo innovativo. Ma con questo possiamo anche vedere il “funerale del Romanticismo”, come lo definì Courbet stesso, fieramente consapevole dell’importanza dell’opera.

Ne L’atelier del pittore o “allégorie réelle”, Courbet volle simboleggiare, tramite personaggi reali, i suoi ideali, le sue amicizie e i suoi gusti come artista. Quest’opera è il manifesto di un nuovo linguaggio artistico e del nuovo modo di intendere il ruolo dell’artista nella società. Al centro del quadro si nota l’artista nell’atto di dipingere un paesaggio e viene osservato da un bambino che incarna i valori come la purezza e l’ingenuità e da una modella nuda, parzialmente coperta da un drappo. Questa figura riprende la tradizione classica della ninfa, coperta da un velo che scopre il resto del corpo. A destra del quadro compaiono gli amici di Courbet, come Baudelaire intento alla lettura, i collaboratori e collezionisti. A sinistra si vedono invece personaggi che rappresentano varie categorie sociali, e nel mezzo il pittore, che gioca il ruolo fondamentale di mediatore fra le due istanze.

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