Video appunto: Dal Neoclassicismo alla Street Art

Neoclassicismo



E’ la conseguenza sulle arti del pensiero illuminista. Quest’arte rifiuta gli eccessi del barocco e comunica il desiderio di ritorno all’equilibrio e alla disciplina ispirandosi all’antichità classica, in particolare a quella greca. L’artista neoclassico rimane estraneo alla natura e al fine di padroneggiarla indaga le sue caratteristiche.
Il teorico di questo movimento fu il tedesco Winkelmann.

Jacques-Louis David (1748-1825)



Jacques-Louis David nacque il 30 agosto 1748 a Parigi. Qui compì i suoi primi studi, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti e partecipò diverse volte a un concorso di pittura che metteva in palio un lungo soggiorno a Roma.

Dal 1775 al 1780 soggiornò in Italia dove studiò le sculture e le pitture romane, soprattutto quelle di Raffaello.  Successivamente, in seguito a un viaggio a Napoli, rientrò in Francia dove partecipò alla Rivoluzione, divenne deputato e poi presidente della Convenzione Nazionale. Inoltre, appoggiò Robespierre e alla sua morte fu incarcerato per diversi mesi. Nel 1804 fu nominato Primo Pittore dell’Imperatore ma dopo la caduta dell’imperatore fu costretto all’esilio a Bruxelles, dove morì nel 1825.

Il giuramento degli Orazi (Olio su tela, Museo del Louvre, Parigi)



Nell’osservare le opere di Raffaello, David notò che ogni personaggio, sebbene questi ne fossero molti, veniva isolato e quindi risultava autonomo. E’ proprio questa caratteristica che egli volle ripetere ne “Il giuramento degli Orazi”, realizzato su commissione del re di Francia.

In quest’opera viene rappresentata la scena che precede il combattimento tra gli Orazi (a sinistra nel dipinto) e i Curiazi, un combattimento per risolvere la guerra scoppiata tra Roma e Albalonga.  Dopo la morte di due Orazi, l’ultimo Orazio decise di scappare verso Roma per far stancare i tre Curiazi avversari per poi ucciderli. Secondo alcuni studiosi, gli Orazi rappresentavano Roma ma in riferimento a ciò non vi sono fonti certe.

Il tema principale dell’opera è l’esaltazione dell’eroe, o meglio gli eroi in questo caso, che giurano di morire o vincere per Roma (l’amore per la patria) dinanzi al padre, che ha appena smesso di parlare (l’unico con le labbra semichiuse). Il colore del suo mantello, inoltre, rappresenta la passione e una tonalità così forte richiama su di lui l’attenzione dell’osservatore. Le donne, a destra del dipinto, sono le mogli dei tre Orazi e viene esaltata la loro malinconia come se uno dei loro mariti avesse già perso la vita.

Le figure nel dipinto seguono uno stile accademico, i corpi sono rigidi. A sinistra, infatti, prevale la linea retta mentre a destra la linea curva.  Il punto di fuga corrisponde alla mano sinistra del padre dei tre giovani, quella che mantiene le spade.

L’ambientazione è una casa romana con una pavimentazione a lisca di pesce (che conferisce maggior prospettiva), due colonne doriche che sorreggono tre archi a tutto sesto, dietro i quali vi è un porticato con una lancia appesa al muro. Nell’ultimo arco a destra, invece, si può notare una finestra dalla quale entra una luce debole.

La morte di Marat (Olio su tela, Museo di Bruxelles)



Nel 1793, David ricevette un incarico da parte della Convenzione, quello di rendere onore a Marat, considerato martire della rivoluzione, mediante un dipinto che ritraesse la sua morte. Jean-Paul Marat era il presidente del club dei giacobini e uno dei responsabili della caduta dei giacobini. Proprio per questo motivo venne assassinato da Marie-Anne-Charlotte de Corday d’Armont, sostenitrice dei girondini, la quale uccise il politico in una vasca da bagno con un coltello. A causa di una malattia della pelle, infatti, Marat era costretto a restare per molto tempo nella vasca da bagno per alleviare i dolori.

La maggior parte degli elementi presenti nella stanza dove avvenne il delitto è stata eliminata. Tra questi elementi vi sono: la tappezzeria in carta da parati sostituita da uno sfondo scuro con alcune pennellate di giallo, il cesto che fungeva da tavolino viene sostituito da una cassetta di legno che assume la funzione di lapide con sopra scritta una dedica da parte di David “A Marat, David. 1793. L’anno secondo”.

Per quest’opera l’artista prese spunto dalla “Pietà” di Caravaggio e dalla “Sepoltura di Cristo” di Michelangelo, creando una sorta di parallelismo tra Marat e Cristo. In tal modo, Marat viene collocato da David al di sopra degli altri uomini per le sue virtù e proponendolo agli osservatori come un modello da seguire.

Il dipinto raffigura il momento successivo all’omicidio celando, quindi, l’evento violento  e il volto dell’assassina. Di lei, infatti, resta soltanto il coltello insanguinato, posto a fianco alla vasca da bagno. Possiamo, inoltre, notare che Marat, nonostante sia morto, tiene ancora in mano un biglietto, che avrebbe poi probabilmente consegnato a Marie Anne Charlotte, sul quale vi è scritto l’inizio di una supplica.


Francisco Goya (1746-1828)



Francisco Goya nacque nel 1746 a Saragozza. Per i suoi primi studi frequentò la scuola dei Padri Scolopi e nel 1760 iniziò a prendere lezioni private di pittura.

Nel 1769 Goya si trasferì per 4 anni in Italia al fine di approfondire le sue conoscenze riguardo le opere e le sculture classiche, che in quegli anni rappresentavano dei modelli da seguire.

Nel 1799 fu nominato Primo pittore da camera del re e grazie a questa carica riuscì a superare indenne sia l’esperienza napoleonica sia la Restaurazione di Ferdinando VII, eccetto l’esilio, nel 1824, che lo costrinse ad abbandonare la Spagna.

Nel 1828 morì a Bordeaux, in Francia.

Il sonno della ragione genera mostri (Penna su carta, Museo del Prado, Madrid)



Di notevole importanza è “Il sonno della ragione genera mostri”, disegno preparatorio per un’incisione appartenente alla raccolta “Capricci”. Nella scena, intorno a un uomo addormentato, prendono forma, come se si sprigionassero dal suo cervello, uccelli notturni inquietanti e una lince, simbolo della notte e delle paure che il buio suscita. In quest’opera, l’artista rappresenta le allegorie dei vizi e delle bassezze umane e intende mettere in guardia l’uomo al fine di non fargli perdere il controllo della ragione. Senza la ragione prenderebbero, infatti, il sopravvento istinti animaleschi come i mostri che indurrebbero alla violenza.

Maja desnuda e Maja vestida (Olio su tela, Museo del Prado, Madrid)



La Maja desnuda e la Maja vestida sono tra le principali opere più note di Goya. Le modelle ritratte sono probabilmente diverse in quanto la vestida sembra più alta e slanciata, quella desnuda, invece, è bassa e di corporatura esile.

La loro identità non ci è pervenuta (alcuni affermano che si tratta della duchessa d’Alba o dell’amante del probabile committente) e proprio tale aspetto, insieme al fatto che la Maja desnuda sia il primo nudo in pittura che non rappresenta personaggi mitologici, storici o biblici, a rendere le due tele ancora più misteriose e interessanti.

Le majas sono adagiate su due grandi cuscini con la stessa postura e con gli occhi puntati verso chi osserva il dipinto.

La tecnica utilizzata per le maniche della giacchetta giallo-oro, ossia delle pennellate di giallo, di ocra e di bruno, è un procedimento che anticipa la rivoluzione goyesca che si ebbe negli anni successivi.

Inoltre, la tela della Maja vestida era posta sopra a quella della Maja desnuda per coprirla (una sorta di censura del quadro, come veniva effettuata durante l’epoca vittoriana).

Le fucilazioni del 3 maggio 1808 (Olio su tela, Museo del Prado, Madrid)



In quest’opera viene rappresentata una parte della rivolta antinapoleonica, alla quale assistette l’artista, durante la quale il popolo di Madrid si schierò contro gli invasori francesi. Per la prima volta, vengono riprodotti avvenimenti contemporanei evidenziando la crudeltà nel corso dell’esecuzione.

A destra, vi sono i soldati messi di spalle perché è come se non avessero volto, sono delle macchine che agiscono su ordini. A sinistra vi sono i patrioti spagnoli, tra cui un frate, che vengono rappresentati con enorme paura. Proprio tale caratteristica differenzia Goya dai neoclassicisti come David, l’esaltazione dei sentimenti dei personaggi.  In basso, invece, vi è un gruppo di cadaveri disposti l’uno sull’altro.

Per quanto riguarda le luci all’interno dell’opera, l’unica fonte di illuminazione è la lanterna posta ai piedi dei soldati che si pone in contrasto con lo sfondo nero (probabilmente Goya prese spunto da Caravaggio per la tonalità dello sfondo). Sullo sfondo, inoltre, si può intravedere Madrid.

Romanticismo



In seguito ai fini dichiarati dal congresso di Vienna di rinchiudere ogni Stato all’interno dei suoi confini erano venuti meno gli ideali della cultura illuminista e dell’arte neoclassica. Lo Sturm und Drang fu il movimento letterario di origine tedesca che portò alla diffusione del romanticismo a fine ‘700 in Europa. Il romanticismo esalta l’idea di nazione capace di rivendicare la propria originalità storica, così come ciascun individuo esalta la propria storia personale e quindi soggettiva. Da ciò deriva l’attenzione per i sentimenti, gli affetti e le passioni di ciascuna personalità e il rifiuto al razionalismo illuminista. A differenza dei Neoclassicisti che si rifugiavano nel passato dell’arte greca, i Romantici si rifugiavano nel proprio passato. Elementi come la fede, il sentimento e l’irrazionalità, riaffiorarono nelle opere romantiche. L’artista romantico si sente parte integrante della natura, per cui la personalizza in funzione del proprio stato d’animo. Gli artisti cercano di toccare il tasto dell’emozione piuttosto che quello della ragione attraverso la rappresentazione della natura che si mostra come madre o a volte evidenzia la sua grandiosità a dispetto dell’impotenza dell’uomo. Di fronte a spettacoli naturali si prova il sentimento del sublime ovvero un insieme di sensazioni che possono essere di piacere o di dolore che la mente è incapace di percepire razionalmente. Infine, l’artista viene definito genio in quanto proprio grazie alla sua sensibilità e ai mezzi tecnici che adopera egli consente di accedere al sublime.

Caspar David Friedrich (1774-1840)



Viandante sul mare di nebbia (Olio su tela, Kunsthalle, Amburgo)



Nel dipinto viene raffigurato un uomo di spalle, su delle rocce, che guarda lo spettacolo di un paesaggio alpino all’alba. La natura è fortemente accentuata a tal punto da sovrastare l’osservatore. L’uomo e le rocce sono in primo piano e i loro colori formano un contrasto con lo sfondo luminoso. Tale contrapposizione e il senso di vuoto guardando in lontananza esprimono pienamente il concetto di sublime, un concetto romantico usato per indicare tutto ciò che provocava stupore e al tempo stesso inquietudine a chi osservava l’opera.

In questo modo, potremmo definire Friedrich come un genio (ovvero capace di esprimere il sublime).

William Turner (1775-1851)



Ombra e tenebre. La sera del Diluvio (Olio su tela, Tate Britain, Londra)



In questa tela viene rappresentato il momento in cui le acque del diluvio si stanno per abbattere sulla terra corrotta al fine di purificarla. Al centro vi è una massa quasi circolare, la cui luminosità si contrappone all’oscurità della terra che si protende verso la luce fino a perdersi nel punto in cui è posizionata l’arca. Verso quest’ultima si stanno dirigendo sia gli animali sulla terraferma sia alcuni uccelli neri.

Théodore Géricault (1791-1824)



La zattera della Medusa (Olio su tela, Louvre, Parigi)



Il dipinto rappresenta il naufragio della nave da guerra francese Méduse, al quale sopravvissero soltanto poche persone. La zattera con i cavi di canapa che sorreggono la vela e gli uomini che sostengono il giovane di colore formano due piramidi. Il giovane di color                                            e sorretto sventola una bandiera bianca e rossa in direzione di una nave vista in lontananza per richiedere aiuto. I corpi sono rappresentati con elementi perfettamente scultorei come se fossero delle statue. In basso a destra, si può notare un cadavere coperto da un drappo che sembra il lenzuolo funebre degli antichi mentre a sinistra vi è un giovane morto sorretto da un vecchio col volto pensoso simile a quello delle figure omeriche. Il giovane ha le braccia allargate, gli occhi serrati e le labbra dischiuse che lo rendono un dio dormiente ma la presenza dei calzini mostra la sua vera realtà umana.

In questa tela non vi sono né eroi né  messaggi morali, tipici della pittura neoclassica. Piuttosto vengono esaltati le emozioni e i sentimenti dei personaggi ritratti.

Eugène Delacroix (1798-1863)



La libertà che guida il popolo (Olio su tela, Louvre, Parigi)



Quest’opera è stata realizzata da Delacroix nel 1830 per ricordare e celebrare la lotta per la libertà dei parigini. Nel dipinto sono presenti alcuni riferimenti alla Zattera della Medusa di Géricault: la disposizione piramidale dei personaggi in primo piano e la presenza di un calzino che rende più umano il popolano sulla sinistra.

I personaggi raffigurati appartengono alle varie classi sociali che hanno partecipato alla Rivoluzione Francese quali il popolano (ai piedi della Libertà), il militare (in basso a destra), il monello (accanto alla figura femminile) e il borghese (l’uomo con il cilindro, da alcuni ritenuto come l’autoritratto dell’artista). Sullo sfondo si intravedono le torri della cattedrale di Notre-Dame.

Al centro del dipinto, come già detto in precedenza, vi è la Libertà che stringe nella mano destra la bandiera tricolore e nella sinistra un fucile. Nel frattempo, ella incita il popolo a seguirla nella sua corsa, la cui direzione sembra che sia quella verso lo spettatore come se volesse invitarlo a partecipare. Ai suoi piedi vi è un insorto che la guarda come se lei fosse l’unica capace di restituire la dignità a una Nazione. Inoltre, la fanciulla col seno scoperto sembra essere la statua ellenistica della Venere di Milo.

I colori utilizzati sono in prevalenza scuri ma vengono resi più vivaci da quelli brillanti della bandiera della Francia.

Il Realismo



Nel 1848 i moti popolari che scoppiarono in tutta Europa in seguito alla diffusione degli ideali napoleonici e della rivoluzione francese causarono anche una sorta di crisi di identità nell’arte. In questo periodo abbiamo i cosiddetti Realisti, chiamati così perché rappresentavano momenti della realtà quotidiana esaltando temi come quello del lavoro degli umili o della morte.

Gustave Courbet (1819-1877)



Gli spaccapietre (Olio su tela, Antica Gemaldegalerie, Dresda  - distrutto durante i bombardamenti di Dresda; Lo spaccapietre, Svizzera)



In questi due oli su tela Courbet rappresenta un lavoratore intento a frantumare sassi e, in quello perduto di Dresda, vi è anche un giovine che trasporta un cesto pieno di pietre già lavorate. La miseria dei lavoratori viene evidenziata attraverso i dettagli sulle loro camicie rattoppate e sui calzoni bucati, la pentola con il cucchiaio e il pane in secondo piano (che lasciano pensare che quello sarà il pasto dei lavoratori) ma soprattutto lo sfondo con tonalità scure come se riflettesse la miseria dei lavoratori.

Un funerale a Ornans (Olio su tela, Musee d’Orsay, Parigi)



Secondo Courbet l’arte andava incanaglita, ovvero bisognava renderla malvagia. Proprio in base a tale concezione egli scelse di realizzare il dipinto “Un funerale a Orlans”, o come egli volle intitolarlo “Quadro con figure umane, cronistoria di una sepoltura a Orlans”.

La tela è di dimensioni colossali (3 mt x 7 mt circa). Queste dimensioni, spesso, erano utilizzate per ritratti eroici o che ritraevano qualche famiglia nobile ma in questo caso viene rappresentato un semplice e umile funerale in un borgo di campagna, Orlans. I colori più utilizzati sono colori terrosi, con i quali vengono realizzati sia l’aspetto dei personaggi sia il paesaggio alle spalle.

Al centro della tela vi è una fossa con ai bordi un teschio umano, che simboleggia la precarietà delle cose terrene. Intorno vi sono innumerevoli persone, alcune delle quali, secondo i critici, hanno le fattezze di molti dei suoi parenti e amici. Sulla sinistra, invece, si scorge la bara coperta da un drappo bianco.

La scena è organizzata in orizzontale come se si trattasse di un fregio antico (come quello che si trovava al di sopra delle colonne o degli archi) ma viene interrotta a sinistra e a destra.

Infine, l’insieme delle teste delle figure forma una linea ondulata che si contrappone alla linea spezzata del paesaggio sul retro del dipinto.

(Criticato da molti pittori contemporanei perché per la prima volta viene rappresentato artisticamente l’orrore della morte)

Fanciulle sulla riva della Senna (Olio su tela, Musée des Beaux-Arts, Parigi)



In quest’opera Courbet ritrae due giovani donne sulla riva del fiume Senna, un’ambientazione che fu, poi, più volte utilizzata dagli artisti impressionisti dell’epoca antecedente alla sua.

Le due ragazze sono sdraiate su un prato con vestiti tipici dell’epoca e sembrano essere due amiche, o secondo alcuni critici, due prostitute andate a fare una passeggiata e poi sdraiatesi per riposare(per tale motivo non fu ben accolto dalla società di quel tempo nel momento in cui fu esposto per la prima volta al Salon). La loro posizione è goffa come se l’artista le avesse colte di sorpresa nel momento della realizzazione dell’opera: in primo piano vi è una ragazza immersa nel sonno mentre dietro una ragazza assorta nei propri pensieri con un mazzo di fiori in grembo.

La profondità del dipinto è abbastanza difficile da cogliere in quanto viene data lievemente soltanto dagli alberi e dalla barca sullo sfondo. Il chiaroscuro utilizzato per quest’ultimo assume una funzione importante, quella di rappresentare la realtà in tutte le sue forme e sfumature.

I Macchiaioli



Tra il 1855 e il 1867 si sviluppò il movimento macchiaiolo. Gli artisti di questo movimento scelsero di impiegare le macchie per un motivo ben preciso: il loro scopo principale era quello di rappresentare la realtà, i cui oggetti possiamo  distinguerli soltanto attraverso i colori e non vi è alcuna linea di contorno. Le macchie sono delle campiture di diversa ampiezza accordate fra di loro in base ai vari colori. I soggetti rappresentati prevalentemente dai Macchiaioli erano i contadini, soprattutto quelli della campagna toscana. Tra i principali esponenti ritroviamo Giovanni Fattori, artista che ha realizzato “Campo italiano alla battaglia di Magenta”, “La rotonda dei bagni Palmieri” e “Bovi al carro”.

Giovanni Fattori (1825-1908, uno dei più importanti pittori italiani dell’Ottocento)



Campo italiano alla battaglia di Magenta (Olio su tela, Palazzo Pitti, Firenze)



La battaglia di Magenta è un evento storico avvenuto nel 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza. In questo campo l’esercito franco-piemontese sconfisse gli Austriaci.

Nel dipinto non viene rappresentato il momento eroico della battaglia (come spesso facevano i pittori del Romanticismo) bensì il ritorno dei feriti. Sulla sinistra vi sono alcuni feriti che procedono a piedi, due soldati morti che giacciono a terra e un ufficiale con la testa bendata su un cavallo visibilmente stanco. Al centro si può notare un carro con i feriti più gravi che ricevono le cure da due monache infermiere. A destra, invece, vi sono dei soldati che osservano il tragico corteo dei compagni che dovranno rimpiazzare.

Questa tela non può essere definita come opera macchiaiola in quanto vengono seguite ancora alcune regole accademiche per la realizzazione del chiaroscuro. Per quanto riguarda il paesaggio, con le macerie di Magenta, è realizzato con il metodo delle macchie.

La rotonda dei bagni Palmieri (Olio su tavola, Palazzo Pitti, Firenze)



In questo dipinto è possibile ritrovare tutti i tratti distintivi della pittura macchiaiola. Vengono rappresentate alcune benestanti che siedono al fresco sulla spiaggia. La tecnica utilizzata da Fattori è l’accostamento di macchie pure e semplici di colore di tonalità diversa che vanno a sostituire il tradizionale chiaroscuro (che ritroviamo nel Campo italiano alla battaglia di Magenta). Il dipinto, quindi, risulta scandito in fasce orizzontali di colori tra loro accordati o per assonanza (colore caldo con colore caldo) o per dissonanza (colore freddo con colore freddo). Al centro, infine, vi sono delle figure di cui è possibile soltanto osservarne la forma mentre lo stato d’animo è completamente rimosso.

Bovi al carro (Olio su tela, Palazzo Pitti, Firenze)



Il dipinto rappresenta un carro trainato da una coppia di buoi sullo sfondo di un’assolata campagna in piena estate. Il tema principale è quello del paesaggio e del lavoro dei campi (tema prettamente macchiaiolo). I colori presenti nel dipinto, ancora una volta, si distinguono per fasce mentre la profondità del dipinto, già data dalla prevalenza della larghezza rispetto all’altezza, è evidenziata dalla stradina che solca diagonalmente la campagna. La posizione del carro e del contadino a destra è stata scelta per bilanciare il paesaggio e le figure, che sembrano fondersi con la natura che fa loro da sfondo.

La nuova architettura del ferro in Europa



Alla fine del ‘700 la forte industrializzazione che aveva interessato i maggiori paesi europei fu la causa ma anche l’effetto dello sviluppo tecnologico che si ebbe a partire dal 19° secolo. Dal 1776, anno della prima macchina a vapore, ci fu un susseguirsi di scoperte scientifiche e tecnologiche (seconda rivoluzione industriale) sostenute non per il benessere dell’umanità come si voleva far intendere bensì per l’interesse degli industriali attratti dagli immediati profitti.

Si sperimentavano tecnologie e prodotti nuovi e la ricerca scientifica a sua volta esigeva un’industria in grado di tradurre le teorie in prodotti finiti. Gli impianti siderurgici, grazie alla fusione ad altissime temperature, iniziarono a produrre travi per l’edilizia. La produzione di ghise, acciaio e vetro rivoluzionò il modo di costruire edifici facendo accantonare elementi impiegati da secoli quali archi, volte e cupole.

Materiali come il ferro vennero utilizzati per la realizzazione di grandi strutture come ponti, stazioni ferroviarie, padiglioni espositivi. A partire dal 1851 si succedettero le esposizioni universali che avevano lo scopo di mostrare le produzioni industriali dei singoli paesi.

La prima esposizione si tenne a Londra in omaggio al paese dal quale partì la rivoluzione. Tra i progetti presentati fu prescelto quello di Paxton. Questi realizzò una struttura di 77mila metri quadrati di superficie. Questa costruzione, battezzata “Palazzo di Cristallo” aveva una navata centrale nella quale si innestava un transetto coperto con una volta a botte in ghisa e vetro. Il palazzo fu edificato in pochi mesi grazie alla facilità di montaggio dei pezzi e non occorsero architetti bensì l’intelligenza di un unico costruttore affiancato da una squadra di operai.

La quarta esposizione universale si tenne nel 1889 a Parigi nel campo di Marte. E’ divisa in tre strutture: il palazzo con pianta a U, la galleria delle macchine, progettata dall’architetto Dutert e la torre realizzata da Eiffel, di cui prende il nome. La galleria è coperta da una serie di arconi a campata unica, cioè senza pilastri. Tale sistema, definito arco a tre cerniere, prevede che solo le due basi degli archi poggiano a terra sostenendo la struttura e dando la sensazione di uno spazio smisurato.

Simbolo dell’esposizione è la celebre torre, alta 300 metri. La sagoma, vista l’altezza, è determinata dalla necessità di contrastare l’azione del vento che avrebbe compromesso l’equilibrio della struttura. La torre si regge su quattro piloni a struttura reticolare disposti in modo arcuato per scaricare sulle fondazioni il peso della costruzione. In corrispondenza del primo ripiano ci sono altri quattro piloni inclinati che si raccordano verso l’alto, interrotti da una seconda e più piccola piattaforma. Nella parte terminale, i quattro piloni si fondono in un unico traliccio realizzato sempre a struttura reticolare. Terminata l’esposizione delle tre strutture, l’unica che non fu rimossa è la torre perché senza essa il panorama di Parigi sarebbe mutato.

In Italia, gli architetti, nella realizzazione di costruzioni, con acciaio e ghise non riuscirono ad abbandonare la tendenza alle decorazioni. Nonostante le strutture risultino leggere per la copertura realizzata con il ferro, si ha un impiego diffuso di pilastri e travi. Tra le architetture in ferro italiane ricordiamo la Galleria Vittorio Emanuele II realizzata dall’architetto Mengoni. Costruita intorno al 1865, è costituita da un’unica navata intersecata da un transetto più corto, i quattro bracci sono coperti da volte a botte in ferro e concorrono in un ottagono centrale. Le snelle vetrate sono appesantite, però, da parti in muratura decorate in stucco. Questo tipo di realizzazione è dovuta non tanto all’architetto ma all’ambiente culturale artistico italiano.

In seguito furono costruite altre gallerie come quella Umberto I a Napoli, realizzata dall’ingegnere francese Boubée. La struttura presenta una pianta a croce con due navate che si intersecano al centro generando uno spazio ottagonale ricoperto da una cupola di vetro circolare. Anche in questo caso, osservando gli stucchi dorati e le ornamentazioni scultoree sulle facciate in muratura, notiamo un gusto quasi barocco.

Mole Antonelliana



La costruzione della mole di Torino, detta antonelliana in onore del progettista, venne commissionata dall’università israelita di Torino per destinarla alla scuola ebraica e alla comunità israelita. Il progetto iniziale prevedeva una struttura di tre piani, un attico con vetrate e una cupola che avrebbe accolto la sinagoga. I lavori iniziarono nel 1863, Antonelli apportò alla struttura diverse modifiche progettuali tra cui la copertura non più cupolata ma a padiglione, realizzata cioè da due sottili strutture murarie legate tra loro da catene di ferro. Ci furono proposte di abbattimento poiché si temeva l’instabilità della costruzione ma Antonelli riuscì a provarne la stabilità e a far allestire all’interno, dal comune, il museo nazionale dell’indipendenza italiana. Nel 1878 ricominciarono i lavori per la conclusione della copertura e la costruzione della guglia (rifinita dal figlio) progettando la legatura e il rinforzo in ferro dei singoli elementi utilizzati. Oggi, la struttura è sede del Museo Nazionale del Cinema.

L’impressionismo



L’impressionismo nasce in Francia, precisamente a Parigi, durante il 19° secolo. Durante questo periodo, Parigi era caratterizzata da un aspetto borghese ricco di teatri, musei, ristoranti, sale da ballo, casinò e caffè (intesi come luoghi intellettuali d’incontro) ma soprattutto possedeva un impianto tecnologico avanzato per quanto riguarda i lampioni a gas che illuminavano le strade ed è per questo che Parigi fu nominata “Ville lumière”.

L’Impressionismo è un movimento privo di una base culturale e non è né organizzato né preordinato ma si è formato per aggregazione spontanea. Gli artisti di questo movimento si scagliarono contro la produzione artistica di tipo accademico e tra questi ricordiamo: Claude Monet, Edouard Manet, Pierre-Auguste Renoir ed Edgar Degas.

Il concetto impressionismo deriva dal termine impressione ovvero l’imprimersi di una sensazione nella nostra coscienza. E’ proprio questo che tentano di fare gli artisti impressionisti partendo dalle sensazioni che suscita l’ambiente esterno. Sul piano tecnico, si ha l’abolizione delle linee che contornano gli oggetti in quanto per gli impressionisti tutto ciò che si percepisce con gli occhi continua al di là del nostro campo visivo. Inoltre, viene applicato il colore locale ovvero un colore che si ottiene dall’accostamento di colori puri (una mela rossa su una superficie blu apparirà con sfumature viola) mentre il bianco e il nero non vengono utilizzati. Un altro elemento importante è la luce che determina la percezione dei vari colori e in base alla quantità di luce varierà anche la tonalità del colore. Per poter ottenere una visibilità migliore riguardo i colori, gli impressionisti attendono la luce del giorno. Per quanto riguarda le pennellate, esse sono tocchi virgolati, trattini e macchiette.

Tra i temi ricorrenti è possibile ritrovare l’acqua che consente agli artisti di divertirsi riproducendo le mille tonalità di colore che essa crea durante il proprio movimento.

Edouard Manet (1832-1883)



Colazione sull’erba (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



In questo dipinto è raffigurata una scena in un bosco (precisamente presso Saint-Ouen, poco a nord di Parigi) in cui vi sono quattro personaggi: in primo piano vi è una donna nuda, per la cui realizzazione ha posato la modella Victorine-Louise Meurent; accanto a lei vi è seduto un uomo (fratello di Manet) e anche di fronte, questi però è semisdraiato con un braccio teso in direzione della donna (il cognato Ferdinand Karel Leenhoff). E’ rappresentata poi una seconda ragazza che si sta lavando in uno specchio d’acqua. La presenza della donna nuda in primo piano e il fatto che rappresentasse una ragazza del tempo creò molto scalpore nei salotti di quel tempo, in particolare i critici accusarono Manet di troppa volgarità. In realtà, Manet si ispirò a due esempi rinascimentali quali il Concerto Campestre di Tiziano e le incisioni di Marcantonio Raimondi tratte dal Giudizio di Paride di Raffaello.

Le critiche ci furono anche per le tecniche pittoriche in quanto nel quadro si intravede a malapena la prospettiva (nei piani successivi di alberi e di fronde) mentre il chiaroscuro è quasi assente in quanto le ombre sono create dalla sovrapposizione degli stessi alberi. Le figure sembrano essere prive di volume e infine, i colori utilizzati sono sia di tonalità calda sia fredda e creano un’atmosfera fresca e luminosa.

Olympia (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



Il dipinto di Manet rappresenta una donna nuda semisdraiata su un letto disfatto con la mano sinistra sulla gamba destra. Ai suoi piedi vi è un gatto nero (simbolo di…?) mentre dietro il letto vi è una domestica di colore con un mazzo di fiori, proveniente probabilmente da un ammiratore. Anche questa tela, come Colazione sull’erba, ricevette numerose critiche: da tutti il soggetto era ritenuto volgare e i corpi non sono modellati seguendo le regole accademiche, basate anche sul chiaroscuro. La modella in questione è ancora una volta Victorine-Louise Meurent.

Per la realizzazione del dipinto in questione, Manet si è lasciato ispirare dalla Venere di Urbino di Tiziano e anche dalla Maja Desnuda di Goya.

Per quanto riguarda lo stile pittorico, vi è un gioco di contrasti basato sulla contrapposizione tra colori caldi e colori freddi (la veste rosata della domestica e lo sfondo verde della stanza). L’unica parte impressionista, infine, sono i fiori.

Il bar delle Folies Bergère (Olio su tela, Courtauld Gallery, Londra)



Si tratta dell’ultimo dipinto di Manet. Nel dipinto sono ripresi elementi caratterizzanti della sua pittura: l’amore per il quotidiano (la cameriera bionda), il gusto per la natura morta (la fruttiera di cristallo, il bicchiere con le rose), l’uso di colori piatti e senza chiaroscuri, luci riflesse e il realismo del bancone. Attraverso lo specchio Manet mostra il salone delle Folies Bergère inondato dalla luce di sfere di vetro e lampadari di cristallo, l’atmosfera chiassosa rallegrata da un’acrobata al trapezio (in alto a sinistra). Quest’opera è pienamente impressionista perché accosta i colori con macchie o trattini piccoli. Manet sbaglia volontariamente l’effetto dello specchio per inserire la figura di sé stesso (in alto a destra). Per quanto riguarda lo spazio, esso è infinito in quanto mancano i bordi.

Claude Monet (1840-1926)



Impressione, sole nascente (Olio su tela, Musée Marmottan Monet, Parigi)



Alla tela realizzata nel 1872 Monet diede il titolo solo nel 1874 in occasione di un’esposizione. Dal dipinto prende il nome l’intero movimento impressionista. Il colore risulta essere stato steso direttamente sulla tela. A sinistra del dipinto si nota la presenza di navi ormeggiate, i cui alberi si riflettono in mare; a destra si intravedono gru e strutture del porto; al centro due barche a remi appaiono come ombre. L’uso di colori caldi e freddi rende il senso della nebbia del mattino che offusca un sole debole i cui riflessi sul mare sono evidenziati da pochi tocchi di pennello. In questo dipinto Monet non intende descrivere la realtà ma vuole cogliere l’impressione di un attimo e trasmettere le sensazioni da lui provate osservando l’aurora sul porto di Le Havre.

Edgar Degas (1834-1917)



Degas è un pittore che non ama i paesaggi né la loro rappresentazione. Le ambientazioni dei suoi dipinti fanno sempre riferimento a interni parigini.

La lezione di danza (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



La lezione di danza è un’opera di Degas, frutto di un meditato lavoro di Atelier. Il dipinto realizzato in quasi 3 anni, è dedicato alle ballerine. Nella tela è rappresentata una ballerina che sta provando un passo di danza dinanzi al maestro, disposte in semicircolo, poi, altre ballerine osservano attendendo il proprio turno. Degas riporta minuziosamente i gesti di ciascuna ballerina (chi si gratta la schiena, chi sventola un ventaglio, chi si sistema un orecchino). La luce presente nella sala riflette nel grande specchio e proviene da un finestrone a destra non presente nel dipinto. Il taglio che utilizza Degas nel dipinto è di tipo fotografico, atto a cogliere l’impressione di un momento, infatti, osservandolo, alcune figure escono in parte dall’inquadratura. In questo dipinto, Degas in opposizione alle teorie impressioniste non rifiuta il disegno prospettico, la sottolineatura dei particolari e l’abolizione del nero e del bianco, colore dei tutù delle ballerine che risalta sui toni neutri delle pareti dando un senso di sereno realismo.

L’assenzio (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



Tra i dipinti più celebri di Degas ricordiamo L’assenzio, realizzato nel 1875. La composizione è decentrata verso destra per dare il senso di una visione improvvisa e casuale. La scena è ambientata all’interno del Caffè de la Nouvelle Athènes e i personaggi raffigurati sono una prostituta e un clochard con lo sguardo perso nel vuoto. Sul tavolino dinanzi alla donna c’è un bicchiere verde di liquore assenzio e accanto un calice di vino. L’artista, attraverso una descrizione realistica, rivela un’atmosfera pesante come lo è lo stato d’animo dei due personaggi. Come Degas, tanti altri artisti come Manet, Van Gogh e Picasso, hanno scelto di rappresentare nelle loro opere l’ambiente dei Caffè parigini e l’assenzio, bevanda alcolica di cui la società parigina faceva abuso.

Pierre-Auguste Renoir (1841-1919)



La sua visione impressionista della realtà nella quale tutto si limita all’apparenza e alla sensazione di un attimo viene messa in crisi da una riflessione sulla saggezza pittorica di Raffaello

Moulin de la Galette (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



Con il dipinto Moulin de la Galette, Renoir ritrae un ballo popolare all’aperto ambientato nei pressi di un vecchio mulino a Montmartre. Nel dipinto non c’è un soggetto principale bensì si osservano uomini e donne sedute e alcune coppie che danzano al suono di un’orchestra posta a sinistra in un’atmosfera di allegria. Renoir dipinge una parte dell’opera en plein air, dal vivo, in quell’ambiente. Egli attraverso l’utilizzo di colori mobili e brillanti crea un senso di movimento tra le figure, di conseguenza, le ombre risultano sempre colorate. La luce che filtra dagli alberi illumina ed evidenzia il volto gioioso dei personaggi. La forma e il colore diventano tutt’uno. Infatti, la luminosità degli abiti femminili rispetto a quelli maschili, definisce la forma dei corpi e la sensazione di movimento.

Tendenze postimpressioniste



Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, in Francia, e in seguito anche nel resto d’Europa, si svilupparono tendenze postimpressioniste. Alla base di queste tendenze c’era la conquista impressionista della natura en plein air, cioè all’aria aperta, rappresentata così come appariva alla vista. I postimpressionisti come Cézanne, Gauguin, Van Gogh sostenevano il rifiuto della sola impressione visiva, la ricerca  della solidità dell’immagine, la sicurezza del contorno e la libertà del colore.

Paul Cézanne (1839-1906)



Natura morta con mele e un vaso di primule (Olio su tela, Metropolitan Museum of Art, New York)



L’artista sebbene preferiva dipingere la natura morta, in questo dipinto raffigura una pianta di primule fiorita che spunta da un vaso alto posto su un tavolo coperto  in parte da un panno. Alcune mele disposte a gruppi poggiano sia sul panno sia sul piano scoperto del tavolo. Cezanne ha utilizzato la solidità geometrica per dipingere le mele e colori particolari per rappresentarne il volume. Nell’opera i colori che predominano sono i freddi.

La casa dell’impiccato (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



Cézanne nelle sue opere voleva giungere a quella verità essenziale delle cose che l’impressione visiva non poteva esaurire. Per tale motivo, come possiamo osservare nel dipinto “La casa dell’impiccato”, realizzato nel 1872, oltre alla scelta del plein air e ai tocchi di colore di tendenza impressionista egli introduce nuovi elementi come: nel paesaggio non vi sono persone, il paese risulta incastonato in un cuneo, l’utilizzo di poco olio nei colori conferisce rugosità alla superficie. Il pittore non deve solo leggere la natura ma deve comprenderla con l’intelletto per scoprirne la verità nascosta che per Cézanne risulta essere la geometria. Infatti, grazie a essa, le sue figure acquistano potenza architettonica. Ciascun elemento della natura viene posto in prospettiva sulla base di una figura geometria. Le linee parallele all’orizzonte danno l’estensione e quelle perpendicolari danno la profondità.

I giocatori di carte (Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi)



Questo dipinto, realizzato nel 1898, raffigura due uomini in un’osteria che giocano a carte davanti a uno specchio opaco. Così come il tavolo e la bottiglia, anche i due uomini sono rappresentati con forme geometriche tridimensionali a tal punto da sembrare dei manichini.

Il Divisionismo



La tecnica divisionista nota in seguito anche come pointillisme o cromoluminismo fu messa a punto nel 1885 da Seurat. Questa tecnica derivante dalle teorie di Chevreul sul contrasto simultaneo consisteva nell’accostamento di colori tenuti fra loro divisi, i quali grazie al principio della ricomposizione retinica si sarebbero fusi attraverso la retina dell’occhio dell’osservatore. Sostanzialmente questa tecnica prevedeva che i colori dovevano essere depositati sulla tela con la punta del pennello sottoforma di minuscoli tratti o puntini.

Georges Seurat (1859-1891)



Una domenica pomeriggio all’isola della grande Jatte (Olio su tela, Art Institute, Chicago)



Il dipinto è realizzato con la tecnica del pointillisme, da lui inventata. L’opera eseguita tra il 1883 e il 1885 ritrae una folla di persone che passeggiano o stanno sdraiate sul verde dell’isola della grande Jatte sulla Senna. Si nota una donna che pesca, un uomo che suona la tromba, due militari, dei canottieri che vogano, dei bambini che corrono; fra tutti, a destra, risalta un uomo con cappello a cilindro e sigaro in mano e una donna che si ripara dal sole con un ombrellino tenendo al guinzaglio una scimmietta. L’opera richiese numerose sedute sul posto nella stessa ora e con la medesima luce. I puntini di colore sono infiniti, ciascuno è deposto tenendo presente la teoria del contrasto simultaneo e facendo attenzione che la ricomposizione retinica desse luogo proprio a quei colori. L’asse di simmetria della tela è segnalato dalla donna che tiene per mano una bambina, tutti i personaggi sono disposti secondo una ritmicità verticale. Infine, la realtà rappresentata si riduce a pura apparenza a tal punto da far sembrare le figure inanimate.

Paul Gauguin (1848-1903)



Gauguin, impressionista, con il tempo cambiò il suo modo di dipingere. Nei suoi dipinti preferiva usare colori primari quali il rosso, il giallo e il blu.

Il Cristo giallo (Olio su tela, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo)



Nel dipinto “Il cristo giallo” del 1889, l’acromia antinaturalistica accompagna un simbolismo pittorico. La scena raffigura donne bretoni inginocchiate ai piedi di Cristo crocifisso di colore giallo alle cui spalle si ergono colline gialle e alberi dalla chioma rossa. L’uguale cromia di Cristo e delle colline sta a indicare l’uguale attaccamento dei bretoni a Dio e alla terra.

Nel dipinto, insieme all’antinaturalismo, Gauguin utilizza la tecnica del sintetismo abbozzando i tratti del paesaggio e delle figure, inoltre, egli recupera la bidimensionalità della pittura attraverso la tecnica del cloisonnisme, appresa da Bernard, che consiste nel tracciare linee di contorno alle figure mettendole quindi in risalto. Questa tecnica utilizzata sostituisce i valori spaziali di cui le sue tele sono prive, infatti, il colore uniforme senza sfumature renderebbe il dipinto piatto.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? (Olio su tela, Museum of Fine Arts, Boston)



E’ un dipinto molto esteso in lunghezza, una sorta di testamento spirituale. I bordi superiori con fondo giallo oro che riportano a destra la firma e la data e a sinistra il titolo danno la sensazione di un affresco dagli angoli rovinati. Nel dipinto è raffigurata una radura (spazio aperto con poca erba) circondata da alberi con rami azzurri e personaggi tra cui dodici persone, sei animali e la statua di una divinità orientale. Questi sono disposti secondo uno schema a doppia piramide. Infondo si nota una linea blu che segna l’orizzonte, il limite di uno specchio d’acqua e alcune montagne. Osservando alcune figure come il bimbo, giovani donne e una vecchia risultano evidenti alcuni significati simbolici come rispettivamente la nascita, la vita e la morte. Si notano, inoltre, due figure vestite di porpora che discutono forse sul significato della vita, una figura maschile, la più luminosa, che coglie frutti ovvero la parte migliore dell’esistenza e una vecchia pensierosa che si tiene la testa con le mani.

Vincent van Gogh (1853-1890)



Vincent van Gogh nacque nel 1853 in Olanda. Durante l’adolescenza, da predicatore condivise la vita misera dei minatori. Prese, poi, lezioni di pittura a L’Aia e nei Paesi Bassi iniziò a dipingere la dura vita dei contadini. Vincent era un uomo solitario dai sentimenti forti e violenti. In un primo momento della sua vita, consapevole di essere incompreso e in seguito a numerosi insuccessi, egli cadde in depressione; con il tempo, questa si trasformò in un’alienazione mentale che gli procurava profonde crisi. Con una lettera scritta al fratello Theo egli paragonò la sua vita a quella di un uccello in gabbia, prigioniero che continua a vivere e nulla traspare di quello che prova. Vincent trova nel fratello un appoggio finanziario ma soprattutto morale che non ebbe da nessun amico. Nel 1886, trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con impressionisti come Degas, Monet, Renoir e nel 1887 invitò Gauguin a vivere con lui nella “casa gialla”. Dopo soli due mesi, la loro amicizia si concluse tragicamente a causa delle continue liti per opinioni artistiche differenti che indussero van Gogh a un gesto autopunitivo tagliandosi parte di un orecchio. Vincent, più volte ricoverato per gesti di follia, abbandonò la Provenza nel 1890 e si trasferì al Nord. Qui si suicidò sparandosi al petto.

Van Gogh vendette solo un quadro



I mangiatori di patate (Olio su tela, Van Gogh Museum, Amsterdam)



E’ il primo capolavoro eseguito da Van Gogh nel 1885. La scena raffigurata è ambientata in una misera cucina, in primo piano c’è un tavolo illuminato dalla luce di una lampada a petrolio appesa alle travi annerite del soffitto. Disposti intorno al tavolo nell’oscurità della cucina ci sono cinque contadini che consumano il loro pasto serale a base di patate e caffè nero. Gli elementi essenziali di questo dipinto sono la raffigurazione delle loro mani nodose che hanno lavorato il terreno e raccolto le patate e i loro volti scavati dalla fatica e dalla rassegnazione. Inoltre, nel dipinto si intravedono un mobile, una mensola con delle stoviglie, un orologio, delle finestre annerite dal buio della notte e una stampa raffigurante una crocifissione, segno della fede della famiglia contadina. I colori utilizzati come l’ocra, il marrone e il verde scuro sono così simili da dare l’impressione di un dipinto monocromo. Van Gogh sostiene che un quadro non è malsano se esprime con violenza le caratteristiche di quello che rappresenta. Infatti, in questo dipinto, egli intende esprimere, attraverso gli abiti dei contadini e la messa a nudo della povertà, la loro dura vita(per questo il quadro è quasi monocromo).

Autoritratti



Nel dipinto Autoritratto con cappello di feltro grigio, realizzato nel 1887, si nota un nuovo modo di dipingere dell’artista, influenzato dagli impressionisti e dalla teoria divisionista. Il fondo del dipinto è realizzato con pennellate diagonali sui toni dell’azzurro e violetto. La giacca è realizzata attraverso rapidi tocchi di colore accostati così come il volto ottenuto inclinando tante linguette di colore. Al fine di vivacizzare l’autoritratto, l’artista ricorre a un accostamento di colori complementari. Infine, alcuni particolari dell’autoritratto come gli occhi fissi, le labbra serrate e la magrezza rivelano il carattere instabile di van Gogh percorso da tormenti interiori.

Girasoli



Van Gogh scelse i girasoli per realizzare ben due dipinti. Un dipinto realizzato per decorare l’atelier dove egli intendeva lavorare con Gauguin e l’altro per la camera che aveva riservato a Gauguin nella sua “casa gialla”. I Girasoli raffigurano il sole caldo del sud della Francia e l’artista per la realizzazione lavorò assiduamente, onde evitare che i fiori appassivano e una volta dipinti non morivano più. L’artista utilizza colori monocromi e diluiti per gli sfondi, i vasi e i piani d’appoggio annullando così la tridimensionalità anche grazie all’assenza di ombre. Tra i girasoli, quelli con il solo disco centrale risultano essere dipinti con pennellate pastose al fine di definirne il volume.

La camera di Van Gogh ad Arles



L’artista eseguì tre copie di questo dipinto ispirandosi all’essenzialità delle stampe giapponesi e all’assenza di ombre. Per raggiungere il massimo grado di luminosità egli accosta vari colori che utilizza per dipingere i tanti elementi presenti nella sua camera. Tra questi si nota un suo autoritratto posizionato vicino al letto come un santo protettore che serve a far riposare la sua immaginazione. L’utilizzo della geometria, delle linee di contorno e del colore deposto a tratti rendono il dipinto vivo. Infine, la camera ordinata così come lo sono i vestiti sistemati da lui con cura riconducono all’ordine a cui aspirava l’artista per la sua stessa vita.

Notte stellata (Olio su tela, Museum of Modern Art, New York)



Il dipinto è stato realizzato da Van Gogh nel 1889 durante il suo ricovero presso la struttura per alienati mentali a Saint-Rémy. Nel dipinto è raffigurato il paesino Saint-Rémy adagiato su una piccola valle, in primo piano un alto e scuro cipresso rappresenta lo specchio dell’anima inquieta dell’artista che aspira alla ricerca della pace. La maggior parte della tela è occupata da un vasto cielo stellato e dalla luna che con la sua luce consente di distinguere le forme mentre le amalgama. La natura rappresentata sembra non essere rassicurante, infatti le colline tracciate con linee ondulate e le curve delle chiome degli ulivi sembrano minacciose acque mentre il cielo con stelle e onde vorticose sembra percorso da pericolose palle di fuoco. Le pennellate sono patetiche, il quadro è come se fosse leggermente sollevato. La quantità di pittura è enorme. Si riesce a vedere il gesto che lui fa, il gesto violento compiuto per dipingere. E’ come se fosse una lotta tra lui e la tela.

Campo di grano con volo di corvi (Olio su tela, Van Gogh Museum, Amsterdam)



Il dipinto viene realizzato nel 1890, quando Van Gogh abbandona la Provenza e ritorna al nord in un paesino vicino Parigi. In questo periodo l’artista affronta il tema della natura soggetta alla furia degli elementi. Egli non raffigura l’evento mentre accade ma ritrae l’avvicinarsi del momento. Quest’opera rappresenta il suo testamento artistico e spirituale, in essa traspare la disperazione, la rabbia, la solitudine e la dolcezza presente ancora nel suo cuore. Nel dipinto è raffigurato un campo di grano tagliato da tre viottoli dai quali si leva in volo uno stormo di corvi neri. La tempesta che si sta per abbattere innalza un vento che piega le spighe realizzate con frustate di giallo mentre il cielo è incupito dal nero delle nubi minacciose. L’azzurro luminoso del cielo e l’oro del grano stanno per soccombere, vinti da un colore scuro che li copre. L’artista, prigioniero come un uccello in gabbia, si sente impotente e guarda il terribile evento senza poter fare nulla.

L’art nouveau



A partire dagli anni '80 dell'Ottocento si diffuse in Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Spagna e Italia un movimento che, sia in architettura sia nelle arti applicate, prese il nome di art nouveau. Interessò il vasellame, la pittura, la scultura, l'architettura e perfino il mobilio.

Nel nostro Paese fu conosciuto come Stile Floreale poi come Liberty in nome del magazzino londinese che importò manufatti con i capolavori dell'Art Nouveau, in Russia come Modern, in Svizzera come Style sapin, in Spagna come Modernismo o Arte Modernista mentre in Germania come Jugendstil ossia stile giovane.

La moda del liberty raggiunse il suo culmine, in Italia, con l'Esposizione Internazionale di Torino del 1902, dove fu caratterizzata dall'oggetto d'uso, dal mobile, dalla grafica e dalla decorazione, ma anche dall'architettura, che poi realizzò significativi esempi in abitazioni civili. I maggiori rappresentanti di questo stile architettonico furono Raimondo D'Aronco (1857-1932), Ernesto Basile (1857-1932) e Giuseppe Sommaruga (1867-1917). Grande rilievo nella cartellonistica ebbe il triestino Marcello Dudovich (1878-1962) e nella ceramica il fiorentino Galileo Chini (1873-1956).

Caratteristiche peculiari dell'Art Nouveau furono l'utilizzo di linee ondulate e melodiose oltre che fluide in ogni forma d'arte. Spesso esse erano rappresentate mentre giravano su stesse dando vita a lavori originali perché improvvisi e inattesi.

L'attenzione sulle linee è giustificata dalla teoria sostenuta da parecchi artisti i quali le ritenevano potenzialmente in grado di esprimere forza vitale. L'Art Nouveau ebbe ampia diffusione in molteplici campi ed ebbe origine dalle teorie estetiche del movimento artistico conosciuto come Arts and Crafts secondo il quale bisognava puntare alla libera creazione dell'artigianato.

L'Art Nouveau si sviluppò, dunque, su queste basi dando il via all'architettura moderna e al design moderno. La sua diffusione fu facilitata dall'apertura di laboratori artigianali e dalla pubblicazione di riviste mai viste prima.

Lo stile divenne presto una vera e propria moda al punto da essere ripreso, dopo essere stato messo da parte, dai disegnatori di manufatti nella seconda metà del Novecento.

Gustav Klimt (1862-1918)



Gustav Klimt: uno degli artisti più famosi ed importanti dell'art nouveau, conosciuto grazie alle sue opere, che troviamo riportate anche sui nostri oggetti quotidiani: poster, tazze, quaderni, cover per cellulari; la sua vita e la sua arte hanno raggiunto una fama mondiale, e tutt’oggi continua ad affascinarci.

Gustav Klimt, nato nel 1862 a Baumgarten, da una famiglia modesta. Secondo di sette fratelli, precisamente di quattro femmine e tre maschi; questi ultimi, lui compreso, svilupperanno negli anni un forte interesse ed una profonda inclinazione per il mondo dell’arte: infatti i fratelli minori di Gustav, Ernst e Georg, diverranno anch’essi pittori.

L’artista morirà il 6 Febbraio del 1918, a causa di un ictus.

Per otto anni ha frequentato la scuola primaria a Vienna, e successivamente nel 1876, viene ammesso a frequentare la scuola d’arte e mestieri della capitale, dove studiò arte applicata fino al 1883, iniziando a sviluppare interessanti orientamenti personali e diverse tecniche artistiche. Verso il 1880, l’artista inizierà già a lavorare su commissioni in ambienti artistici, realizzando decorazioni pittoriche di diversi edifici, ed i suoi primi ritratti inizieranno ad essere riconosciuti e gli garantiranno un noto successo e tranquillità economica.

Questi però, saranno anche gli anni in cui le prime aspre critiche attaccheranno l’artista, a causa dei contenuti delle sue opere ritenute scandalose, che segneranno la fine della sua carriera ”pubblica’’; ma non riusciranno a scoraggiare l’artista, che si ribella ai rigidi canoni imposti dall’Accademia delle Belle Arti di Vienna, simbolo della cultura ufficiale dell’epoca, per abbracciare gli stili e le tematiche più innovativi di fine Ottocento, tra cui l’Art Nouveau che lo ha reso celebre.
Il periodo aureo.
A partire dal 1903, inizia il periodo chiamato ”dorato” che caratterizza le opere di Klimt: in seguito alle sue visite a Ravenna dove conobbe lo sfarzo dei mosaici bizantini. Svilupperà nuove tecniche e stili, risaltando le figure femminili, anche con un armonioso erotismo, rappresentate nelle sue opere più note. In questi anni infatti, nasceranno alcuni dei lavori klimtiani più celebri: Giuditta I (1901), il ritratto di Adele Bloch-Bauer (1907), Il bacio (1907-08) e Danae (1907-08).

Il periodo aureo si chiuderà nel 1909 con Giuditta II: l’opera infatti si distingue per le sue cromie più scure e forti, che danno inizio al cosiddetto ”periodo maturo” dell’artista.

Il periodo maturo



Dopo Giuditta II, nel 1909, Klimt ebbe un periodo di crisi esistenziale e artistica.

Con il periodo storico della Belle Èpoque giunto al termine, e con il conseguente scoppio della prima guerra mondiale, Klimt inizierà a mettere in dubbio la legittimità della sua arte, influenzato soprattutto dai mutamenti dei periodi artistici dell’epoca, come l’impressionismo e l’espressionismo: Klimt infatti abbandonerà il tipico uso dell’oro e le sinuose linee dell’art nouveau.

Lo scopo di Klimt in questi anni era infatti mirato ad un’arte meno sofisticata e più spontanea, usando colori accesi, e minimizzando l’uso dell’oro e delle linee.

Giuditta I (Österreichische Galerie Belvedere, Vienna)



L’opera Giuditta I, che rappresenta l’elegante donna sensuale ma fatale di Gustav Klimt, è stata creata nel 1901 ed è un dipinto realizzato con la tecnica olio su tela; le sue dimensioni sono di 84x42cm ed oggi è conservata nell’ Österreichische Galerie Belvedere a Vienna.

Stile, descrizione ed origini



Questo dipinto viene considerato come un’importante anticipazione del periodo aureo, o periodo dorato, dell’artista austriaco: infatti Klimt mostra in questa fase un uso massiccio dell’oro.

Il dipinto è racchiuso in una cornice di legno scabro, realizzata dal fratello dell’artista Georg Klimt; scultore, falegname e scaricatore di porto.

Il quadro è stato realizzato con un taglio verticale accentuato che mette in evidenza la figura femminile di Giuditta, che con le sue caratteristiche domina l’intera immagine: la donna è rappresentata seminuda, in modo provocatorio e sensuale, coperta da un vestito trasparente. Indossa gioielli eleganti, tipici dell’art nouveau, con una pettinatura folta che segue la moda contemporanea. Il volto di Giuditta è truccato, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi, ed il suo sguardo sembra sfidare l’osservatore. L’espressione sul suo volto sembra infatti essere di crudele trionfo, freddo e distaccatamente soddisfatto.

In clima simbolista la figura di Giuditta si presta alla esaltazione della femme fatale crudele e seduttrice, che porta alla rovina e alla morte il proprio amante.

Klimt la raffigura come una donna moderna, il volto raffigurato è della sua amica e mecenate Adele Blouch-Bauer, esponente dell’alta società viennese.

Giuditta II (Galleria internazionale d'arte moderna, Venezia)



Giuditta II è il quadro che chiude il periodo aureo di Klimt. Ritorna il motivo della cornice dorata già visto nei quadri precedenti. Giuditta II è un’immagine di straordinaria intensità che volge il tema della sensualità da un piano di dolcezza ad uno di maggior ferocia ed inquietudine. Il quadro, allungato verticalmente, ricorda le stampe giapponesi, di cui Klimt era grande ammiratore.

Nella versione del 1909 la donna è girata di tre quarti e avanza verso sinistra. L’espressione è tesa. Le mani sono aggrappate alla gonna mentre trattengono per la chioma la testa decapitata, che pare sprofondare tra i tessuti variopinti.

Il dipinto è inscindibile dalla cornice dorata.

Le forme che prevalgono sono quelle rotondeggianti e morbide. Esse simboleggiano in Klimt il mondo femminile, mentre le forme dure e angolose rappresentano il mondo maschile.

Anche il colore contribuisce a dividere le tre zone del quadro: le varie tonalità del rosa naturale per il corpo di Giuditta, colori accesi e caldi insieme alle brillanti spirali dorate per lo sfondo, toni scuri invece per l’abito.

La posizione che occupa è emblematica: è girata di tre quarti e tenta di incedere sottraendosi a ogni rapporto diretto con l’osservatore. La tela è animata da un certo movimento, anche se bloccato sul nascere. Giuditta si slancia verso sinistra, ma il suo impeto è subito fermato dalla fitta trama decorativa che occupa il resto del dipinto. Il capo, inoltre, è nettamente separato dal resto del corpo tramite il pesante gioiello che porta al collo.

(Esso è simbolo non soltanto della donna contemporanea alla moda, ma soprattutto di una decapitazione simbolica. Decapitazione non intesa come vendetta, come contrappasso, per la morte di Oloferne, la cui testa è in secondo piano, collocata in basso, colorata di un rosa spento, ma la volontà di ritrarre una donna e un uomo indifferentemente coinvolti e travolti dalla stessa sorte: la polarità tra morte e sessualità.)

Giuditta, assieme alle altre donne mitologiche che spesso Klimt ritrae (Salomè, Igea, Pallade Atena) sono figure femminili che hanno saputo “perdere la testa” o la faccia o la ragione, per abbandonare la loro stereotipata immagine sociale. Diventano libere, assetate di vita, cariche di erotismo, adescatrici, ma enigmatiche e distanti, esprimendo così la paura, lo smarrimento, la solitudine e l’isolamento generati da questo cambiamento.

Giuditta: riferimenti e la sua storia



La protagonista delle due opere è Giuditta; uno dei personaggi biblici più importanti, eroina del popolo ebraico. Il suo nome ha infatti origini ebree, ed è la forma femminile del nome Giuda.

Le imprese di questa donna sono narrate nel libro omonimo che fa parte dei testi deuterocanonici; escluso dal canone della Religione Ebraica, ma accettati come canonici dalla Chiesa Cattolica e quella Ortodossa.

Anche Dante Alighieri la cita nelle anime beate del Canto 32 del Paradiso, insieme a Sara e a Rebecca.

Il libro dice che Giuditta liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri del re Nabucodonosor.

Con la sua bellezza, Giuditta riuscì a far innamorare di sé il generale dell’esercito invasore, Oloferne, il quale la trattenne con sé al banchetto. Una volta sedotto, mentre lui era completamente ubriaco, Giuditta gli tagliò la testa con la sua stessa spada e poi ritornò nella città.

Gli Assiri di conseguenza, trovando il loro comandante senza vita furono presi dal panico, e furono facilmente messi in fuga dai Giudei.

Il bacio (Österreichische Galerie Belvedere, Vienna)



Questo lavoro è stato realizzato nel così detto “periodo aureo” dell’artista. Quest’ultimo sceglie uno sfondo dorato che annulla la profondità spaziale e crea uno spazio irreale e bidimensionale  che evidenzia il momento dell’estasi amorosa.
È un’opera sensuale che rappresenta il trionfo dell’eros.
Protagonisti dell’opera sono due amanti stretti l’uno all’altro.
Klimt decide di rappresentare il momento in cui l’uomo, che ha tra le mani il volto dell’amata, si china verso lei per darle un bacio sulla guancia delicato e intenso.
La donna, inginocchiata sul prato fiorito, si lascia completamente andare all’estasi del momento chiudendo gli occhi.
I colori sono vivaci e luminosi, con l’eccezione del verde scuro e freddo del prato che esalta il contrasto con l’amore appassionato dei due giovani.
I due amanti indossano tuniche dorate decorate però differentemente. La prima, quella dell’uomo, presenta forme rettangolari erette in verticale, mentre quella della donna è caratterizzata dall’utilizzo di curve concentriche.
I fiori, (rispetto agli altri quadri di Klimt), sono una presenza ricorrente e fondamentale: c’è il grande prato stracolmo di colori, la fantasia del vestito della protagonista ed inoltre, ce ne sono altri, anche tra i capelli di quest’ultima.
Il Bacio di Klimt venne realizzato con pittura ad olio mescolata con vari strati di foglie d’oro.
Questo quadro dl Klimt, al contrario di Giuditta I giudicato come troppo erotico, ebbe subito un grandissimo successo, in quanto caratterizzato da tanta sensualità che però non sfocia mai nel volgare.
Klimt, dovendo scegliere quale momento ritrarre in questa opera, si ispirò liberamente, all’istante in cui Apollo bacia Dafne, mito narrato nelle metamorfosi di Ovidio.

L’espressionismo



L’espressionismo è una tendenza artistica del ‘900 sviluppatasi soprattutto in Germania. Come l’impressionismo consisteva nell’imprimersi della realtà oggettiva nella coscienza dell’artista, al contrario, l’espressionismo esprimeva stati d’animo dell’artista direttamente nella realtà. Essendo una proiezione immediata di stati d’animo si nota in quest’arte una durezza percettiva, un’esasperazione della forma evidenziata da mancanza di prospettiva e chiaroscuri, da colori violenti e modelli angolosi. Gran parte delle opere presentano drammatiche testimonianze della realtà di guerra, di perdita di valori e lotte di classe.

Edvard Munch (1863-1944)



Munch, pittore norvegese, è stato uno dei più significativi esponenti della pittura espressionista. Durante la sua adolescenza, la precoce perdita di affetti più cari influenza in modo negativo il suo stato d’animo. Inoltre, egli fu vittima di persecuzioni naziste e ben 82 sue opere furono ritirate dai musei poiché definite degenerate. Nelle sue opere si ritrovano temi sociali di quel periodo: l’angoscia esistenziale, l’incertezza del futuro, l’incombere della morte e la crisi dei valori religiosi.

La donna-vampiro (Olio su tela, Nasionalgalleriet, Oslo)



Il dipinto “La donna-vampiro” è stato realizzato nel 1895 in olio su tela. In quest’opera l’artista sofferma la propria attenzione sulla figura femminile, la quale rappresenta per lui tematiche forti come l’inizio della vita e il piacere ma anche il dolore e il sopraggiungere della morte. Nel dipinto è raffigurata una ragazza dai capelli rossi che abbraccia un uomo. Questo gesto, che risalta grazie alla luce posta frontalmente, trasmette un senso di amore nei confronti dell’uomo che sembra sentirsi a riparo da qualsiasi crudeltà. In realtà, lo sfondo buio del dipinto nasconde il gesto fatale e non amorevole della donna vampiro, le cui labbra nascoste si accingono a dare il morso. Questa donna rappresenta così una figura enigmatica, capace con il suo fascino demoniaco di intrappolare l’uomo travolgendolo con il suo potere, raffigurato dalla cascata di capelli rossi (rossi come il sangue).

Simbolismo



Il simbolismo è un movimento letterario artistico nato nel 1886 in seguito alla pubblicazione del Manifesto del Simbolismo da parte di Morèas. E’ caratterizzato dal rifiuto della rappresentazione diretta della realtà e tende alla suggestione pittorica. I pittori simbolisti cercarono di fissare sulla tela le emozioni attraverso il colore e la linea, elementi che per loro esprimevano sentimenti. Ispirati da soggetti come la femme fatale e scene di vita contadina utilizzavano forme appiattite e varie tonalità di colori.

Franz von Stuck (1863-1928)



Von Stuck, seppure influenzato dal naturalismo e dall’impressionismo, impose nelle sue opere un forte simbolismo. Nei suoi dipinti egli rappresenta: l’erotismo femminile, le tematiche religiose e l’interesse per i personaggi mitologici. Egli dà, inoltre, importanza alla selezione di cornici per le sue tele poiché le considera parte integrante dell’opera. Una delle opere considerate capolavoro del simbolismo è “Il peccato”.

Il peccato (Olio su tela, Neue Pinakothek, Monaco)



In questo dipinto, il peccato è personificato da una donna, simbolo della tentazione, accompagnata da un serpente che, invece, è simbolo d’incarnazione del male. Oltre all’utilizzo di elementi simbolici, si può riscontrare un riferimento biblico che rimanda all’episodio della tentazione nella genesi. La raffigurazione della donna nuda che emerge da uno sfondo tenebroso con un terrificante serpente non suscita, però, orrore in quanto il suo sguardo seducente simboleggia il fascino che il peccato esercita sull’uomo.

Il cubismo



Il cubismo risale al 1907 e ha come fondatori Braque e Picasso. In quello stesso anno a Parigi si tenne una mostra dedicata a Cezanne, la cui pittura trattando della natura attraverso forme geometriche esercitò un importante influsso sul cubismo. I cubisti affermano che la rivoluzione prospettica di un oggetto può apparirci verosimile ma è diversa dalla realtà vera. Per tale motivo, essi si sforzano di costruire una realtà diversa. Il cubismo tiene conto anche del fattore tempo in quanto per rappresentare un oggetto bisogna muoversi intorno e ciò comporta l’impiego del tempo. Nel 1909 iniziò la fase analitica di questo movimento che consisteva nello scomporre oggetti secondo i piani che li compongono, questi vengono poi distesi e ricomposti sulla tela. Infine, per rendere comprensibile le forme utilizzavano colori neutri. Nel 1912 seguì la fase sintetica attraverso la quale gli oggetti precedentemente frammentati vengono ricomposti per cui le superfici risultano perfettamente piatte e il colore neutro viene sostituito da colori brillanti. In molte composizioni, inoltre, affiora l’uso del collage.

Pablo Picasso (1881-1973)



Inizialmente lo stile di Picasso fu influenzato dall’artista Cezanne e dalle tematiche postimpressioniste. A partire dal 1902 maturò un suo stile personale. Nei primi anni definiti “periodo blu”, la sua pittura era basata su colori freddi come il blu e il grigio volti ad esprimere un senso di malinconia e i personaggi raffigurati erano poveri, sfruttati ed emarginati segnati dal dolore. Dal 1905 iniziò il “periodo rosa”, nel quale Picasso sostituì i colori precedenti con gradazioni più tiepide come il rosa, l’ocra e l’arancio raffigurando nei suoi dipinti l’ambiente del circo. Nel 1906, definito “periodo africano”, l’artista interessato alla scultura africana dedicò opere ricche di espressività a questo popolo che per lui rappresentava un’umanità spontanea ovvero non ancora corrotta da ideologie e condizionamenti sociali e culturali. Nel 1907, infine, Picasso insieme all’amico Braque, fondarono il movimento cubista, la cui opera capostipite fu “Les Demoiselles D’Avignon”.

Le opere di Picasso sembrano prendere spunto dall’arte egizia, si vuole rappresentare l’individuo per intero.

Guernica (Olio su tela, Museo d’arte Moderna Reina Sofia, Madrid)



Attraverso questo dipinto di dimensioni tali da sembrare un manifesto, Picasso rivela la sua indole democratica contro ogni forma di fascismo e dittatura. Nel 1937 durante la guerra civile spagnola promossa dai franchisti affiancati dai nazifascisti contro il governo del paese, fu bombardata la cittadina spagnola di Guernica. Picasso, sconvolto da quest’atto terroristico nei confronti della popolazione inerme, realizzò l’enorme tela intitolata “Guernica”. Nel dipinto l’artista fonde cubismo analitico e sintetico; il colore, sinonimo di vita, viene sostituito da un alternarsi di luci (bianco) e ombre (neri e grigi) che sottolineano il susseguirsi delle esplosioni e delle polveri. La composizione, anche se sembra caotica, è organizzata in tre fasce verticali: le due laterali più strette e quella centrale più ampia. Caratteristica del cubismo è l’ambientazione sia interna che esterna che si nota attraverso il lampadario appeso e un edificio in fiamme. I bagliori delle esplosioni illuminano uomini, donne e animali che fuggono e urlano accomunati dallo stesso dolore. A sinistra della composizione è raffigurata una madre che stringendo tra le braccia il cadavere del figlioletto lancia un grido straziante. A destra, vi è una donna che alza le braccia al cielo in segno di disperazione. Al centro, un cavallo ferito nitrisce dolorosamente. Raffigurata a destra c’è poi una donna che cerca di fuggire verso il toro, simbolo di violenza. Un’altra donna si affaccia dalla finestra con una lampada a petrolio, simbolo della regressione. Al suolo, tra i cadaveri, si notano una mano con la “linea della vita” spezzata e una mano con la spada spezzata sullo sfondo di un fiore, simbolo della vita che comunque avrà la meglio. Attraverso tutti questi dettagli, l’artista, con i soli strumenti della pittura, rende udibile il rombo della guerra e le grida delle vittime.

In quest’opera traspare l’influenza di Goya con il disegno “Il sonno della ragione genera mostri”.

Il surrealismo



Molti artisti surrealisti provenivano dal movimento Dada. Come i surrealisti, i dadaisti proponevano la casualità come generatrice d’arte ma, a differenza dei surrealisti, avendo un comportamento anarchico si muovevano dalla negazione di tutto. Le personalità artistiche che aderirono al movimento surrealista e considerarono la psicanalisi strumento per raggiungere la libertà furono Max Ernst, Mirò, Magritte e Dalì. Il surrealismo fu definito da Breton una realtà superiore nella quale conciliano due movimenti dell’esistenza: la veglia e il sogno. Questa realtà assoluta, surrealtà, è un automatismo psichico che si realizza senza il controllo della ragione e fa sì che l’inconscio emerga in veglia e si esprima senza costrizioni. L’arte riproduce la bellezza surrealista attraverso la rappresentazione di oggetti reali che non hanno nulla in comune e si ritrovano in un luogo estraneo a entrambi. Tale visione sorprende per la sua assurdità. L’arte surrealista riprende tematiche romantiche inerenti al sogno, al mondo dei simboli e all’irrazionale. Fatta eccezione che per Mirò si può definire un’arte figurativa non astratta. Tra le tecniche utilizzate dai pittori surrealisti ricordiamo:

- Il frottage ovvero lo sfregamento di una matita su un supporto messo a contatto con una superficie che presenta asperità come pezzi di legno o sacchi di iuta;
- Il grattage che consiste nel grattare il colore steso sulla tela in modo da far emergere il colore o la tela sottostante;
-Il collage ovvero l’accostamento casuale di ritagli di stampe.


Joan Mirò (1893-1983)



Mirò, nel periodo iniziale della sua carriera, fu attratto dal divisionismo. In seguito restò affascinato dal cubismo e dall’espressionismo in quanto questi movimenti tendevano a emancipare l’emozione dell’artista donandogli un’assoluta libertà. Nel 1918 l’artista si accosta al classicismo prendendo la realtà come modello e ponendo attenzione al dettaglio (opposto della teoria impressionista). Nel 1924 aderisce al surrealismo, nelle sue opere, però, non erano raffigurati sogni bensì allucinazioni provocate dallo stato mentale in cui si trovava in seguito allo scoppio della seconda guerra mondiale. Proprio durante i primi mesi dallo scoppio egli realizzò una serie di ventitré dipinti detta “delle costellazioni”.

La scala dell’evasione (Tempera, gouache, uovo, olio e pastelli su carta, Museum of Modern Art, New York)



E’ un dipinto della serie delle costellazioni realizzato nel 1940. Come in tutti i ventitré dipinti, lo sfondo è stato preparato involontariamente in quanto è il risultato della pulitura dei pennelli durante l’esecuzione di un’opera realizzata in precedenza. Oltre ad aver dato a ogni costellazione, l’essenza cromatica della precedente, l’artista lavorò circondato dai dipinti finiti utilizzandoli come fonte d’ispirazione per variazioni sullo stesso tema. Nel dipinto sono raffigurati: una figura femminile che contempla un cielo ricco di stelle rappresentate da cerchi neri da cui partono raggi o curve, poi forme animali, schemi geometrici e una scala a pioli proiettata nello spazio infinito. Sebbene queste forme riconducono all’astrattismo, Mirò non vuole che le sue opere vengano giudicate tali precisando che è la sua mente che elabora questi segni non profondamente reali.

Salvador Dalì (1904-1989)



Nel 1927 Dalì tramite l’amico Mirò entra in contatto con i surrealisti nei confronti dei quali pur condividendo molte motivazioni artistiche mantenne un altezzoso distacco. Egli inventò una sua tecnica artistica definita “metodo paranoico-critico” attraverso il quale le immagini che nascono dall’agitazione dell’inconscio (momento paranoico) vengono fissate sulla tela e prendono forma grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico). Quindi, il metodo consiste nell’interpretazione e nella restituzione dei fenomeni deliranti. Sulla tela emergono dalla coscienza e si materializzano elementi del sogno, desideri di potenza, fobie rappresentati attraverso animali mostruosi, figure inquietanti che, a seconda di come si guardano, possono sembrare cose diverse. Queste forme artistiche, la cui comprensione a volte risulta impossibile, rappresentano la sua dannazione e nel contempo sono lo stimolo della sua fantasia. Uno dei dipinti olio su tela impossibili da capire è “Apparizione di un volto e di una fruttiera sulla spiaggia” realizzato nel 1938.

Apparizione di un volto e di una fruttiera sulla spiaggia (Olio su tela, Wadsworth Atheneum Museum of Art, Hartford)



Le forme e i personaggi raffigurati non hanno contorni definiti e assumono significati vari, infatti, ogni soggetto appena percepito viene subito polverizzato dal successivo. A seconda di come si guardi il dipinto si possono notare una fruttiera con delle pere posta su un tavolo coperto da una tovaglia, oppure un pallido volto o ancora un cane da caccia nella sua interezza.

Street Art



Nel 1970 nella città di New York, si sviluppò una nuova forma d’arte spontanea che senza intermediazione entrava in diretto contatto con il pubblico. Quest’arte nata come rivolta del sottoproletariato per combattere l’emarginazione sociale si diffuse dagli Stati Uniti in tutto il mondo. I graffiti è il nome che viene dato a quest’arte, che prende parte alla street art (arte di strada) e i loro autori si definiscono Writers (Scrittori). Questi appartengono spesso a classi sociali più disagiate, espressione di culture urbane di cui fanno parte anche la musica rap e la breakdance. Le immagini dalle tonalità forti realizzate con bombolette e spray vengono chiamate “pezzi”, queste vengono realizzate in zone degradate delle città su muri, edifici abbandonati o sulle facciate di mezzi pubblici per diffondere la comunicazione. Spesso alle immagini vengono affiancati elementi geometrici o scritte stilizzate, i cosiddetti “Wild Style”, che portano infine la firma dell’autore detta “Tag”.

Keith Haring (1958-1990)



Keith Haring è tra i più noti esponenti del graffitismo. Cresciuto in piena era nucleare, egli fa parte di una generazione che si è nutrita esclusivamente di televisione e fumetti. I suoi disegni, infatti, derivano dal fumetto. Un esempio sono gli omuncoli che egli raffigura, ovvero strani personaggi definiti “radiant boys” circondati da un’aureola di raggi luminosi. Gran parte dei suoi disegni, oltre ad esprimere con ironia l’angoscia dell’emarginazione, evidenziano la videodipendenza alle informazioni di massa. Un esempio è il disegno “Senza titolo” che raffigura il corpo di un insetto con la testa e, quindi, il cervello imprigionato all’interno di un computer.