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Edouard Manet (1832 – 1883)

La formazione, la vita: Nasce a Parigi, il padre lo fa imbarcare ma lui, indisciplinato, è bocciato all’esame per ufficiale di marina. Inizia la formazione artistica nel 1850 presso Thomas Couture, un mediocre pittore accademico. Nel 1856 ne lascia l’atelier giudicando “vuota” l’arte del maestro.
Viaggia in Olanda, Germania, Austria, Italia. Nei musei apprezza i coloristi del passato da Tiziano a Velazquez. I Salons rifiutano le sue opere. Nel 1861 conosce Degas, con cui nasce una profonda amicizia al Cafè Guerbois. Nel 1869 comincia a dipingere “en plein air” sul retro del Louvre. Viaggia in Olanda e Inghilterra, diventa famoso, vende bene le sue opere ma lotta ancora con i salons. Quando nel 1874 c’è la prima esposizione impressionista, Manet manca ma è forte la sua presenza morale. Negli anni seguenti ha crisi depressive, dal 1878 ha l’atassia, che lo porta alla paralisi degli arti inferiori dopo la sifilide contratta a Rio de Janeiro. Dipinge fino alla morte, nel 1883, presenti tutti gli impressionisti tranne Renoir, l’ultima radunata.

“Colazione sull’erba” (1863) Olio su tela, Musée d’Orsay, Parigi. Esposto al “Salon des Refuses”, fu al centro dello scandalo per il crudo realismo del nudo femminile. I critici filo accademici lo accusano di una volgarità e malizia non sue. Non era il nudo in sé ad esser criticato, ma il fatto che rappresentava non una dea ma una ragazza del tempo. Anche gli uomini non vestivano vesti classiche o rinascimentali ma gli “orribili costumi moderni francesi”. Insomma, si critica l’abbandono del linguaggio accademico della mitologia ed allegoria, e la rappresentazione di “una comune prostituta con due studenti maleducati in vacanza”. Manet invece ha bene in mente i modelli di Giorgione, “Concerto campestre” e, delle incisioni di Raimondi tratte da Raffaello. L’ispirazione dunque è classica, e ciò che disturba non è il soggetto ma la sua attualizzazione. La tecnica fu definita ridicola, si dice non abbia saputo usare né la prospettiva né il chiaroscuro. Delacroix dice: “La tinta stridente penetra negli occhi come una sega d’acciaio, i personaggi si stagliano con crudezza, Manet ha l’asprezza di quei frutti che non matureranno mai”. Personaggi e sfondo sono trattati diversamente, i primi sono come ritagliati e incollati sul secondo, come fossero privi di volume. La profondità prospettica non è data dal disegno ma dagli alberi disposti su piani successivi, che si sovrappongono come in una quinta teatrale. Le zone di ombre e luce sono date per sovrapposizione e non col chiaroscuro. I colori sono stesi con pennellate veloci, giustapponendo colori caldi e freddi che creano un contrasto che li rende più vivaci. L’atmosfera è fresca e luminosa. Manet “Pittore di Sensazioni”.

“Olympia” (1863) Olio su tela, Musèe d’Orsay, Parigi. Presentata al salon del 1865, riconferma Manet come portavoce dell’antiaccademismo. Ispirato dalla Venere di Urbino di Tiziano, rappresenta con crudo realismo una donna nuda semisdraiata su un letto disfatto. Ai suoi piedi un gatto nero, mentre una domestica di colore le porge i fiori di un ammiratore. Lo scandalo è duplice: il soggetto è ritenuto volgare e sconveniente (prostituta) rappresentata sul posto di lavoro; inoltre non sa modellare i corpi con il chiaroscuro, e usa i colori in modo primitivo e pasticciato. La ragazza ha un corpo acerbo e sgraziato, privo delle morbide sinuosità dei pittori accademici. Nello spettatore c’è senso di disagio, situazione spiacevole. Nudità sottolineata dal malizioso nastrino di raso al collo, lo sguardo è beffardo. La posa è sprezzante, la mano è premuta sul basso ventre come nelle immagini pornografiche del tempo, che circolavano nei salotti mondani.

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