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Macchiaioli

Nel decennio che precedette l’Unità nazionale, a Firenze si aprì una pagina nuova dell’arte italiana e si concretizzò il passaggio da un Romanticismo di ispirazione storica a un’arte più spontanea e vitale, di orientamento realista. Protagonisti del rinnovamento furono alcuni pittori, che tra il 1850 e il 1867 si riunivano abitualmente al Caffè Michelangelo per ragionare di arte e di politica, in una temperie culturale assai vivace, favorita dal governo aperto e tollerante dei granduchi di Toscana. Instaurando un rapporto diretto con il vero essi attuarono un originale revisione dei generi pittorici tradizionali e contrapposero alle rappresentazioni idealizzate e celebrative del Romanticismo una pittura incentrata sulla contemporaneità e sul quotidiano. La stretta aderenza al vero indusse questi artisti a contestare la tradizionale priorità del disegno sul colore, insegnata nella accademie d’arte,e a teorizzare la semplificazione delle forme e del paesaggio fino alle loro strutture essenziali. Essi abolirono l’uso del chiaroscuro e delle velature, preferendo l’accostamento di toni di colore differenti per le luci e le ombre, una tecnica che dava alle opere un effetto “a macchia”, analogo a quello dei bozzetti. Per questo, in un articolo apparso sulla “Gazzetta del popolo” furono ironicamente definiti “Macchiaioli”. Uno di loro, Telemaco Signorini, intuendo la verità di quell’appellativo propose al gruppo di farlo proprio. L’attività dei Macchiaioli si protrasse fino al 1875 ed ebbe un’irradiazione non solo regionale, bensì nazionale.

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