pexolo di pexolo
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Dall'arte figurativa all'arte astratta

Nietzsche
La teoria nietzscheana della volontà di potenza come arte può essere letta come la prima forma ispirata al Libro Assoluto, cioè alla teoria della metaforma autoreferenziale ideata da Schlegel. La celebre sentenza del Crepuscolo degli idoli («il mondo vero è diventato favola») riassume alla perfezione l’esito del programma schlegeliano (l’artificio assoluto sostituisce la realtà). Parlando di arte sempre in qualità di artificio, Nietzsche sostiene che in un mondo totalmente artificiale non ci si accorge più dell’artificio: perché la natura è scomparsa.

Avanguardie artistiche


Secondo esito del programma schlegeliano è il programma complessivo delle avanguardie artistiche del ‘900, intese come il taglio definitivo dei vincoli oggettivi e come la piena emancipazione del soggetto, ormai «sfrenato»: non più obbligato ad alcuna norma oggettiva.

Caso-Kandinsky


Le vicende vissute dalla pittura di Kandinsky sembrano documentare visivamente il passaggio da un mondo di forme reali al Grande Frullatore in cui le forme vengono immesse e miscelate, alla metaforma assoluta che esce dal Frullatore. Egli è l’ideatore e la figura-guida del «Cavaliere Azzurro», il primo laboratorio dell’astrattismo europeo, fondato a Monaco nel 1911. Durante il soggiorno monacense, la pittura di Kandinsky subisce in pochi anni una profonda evoluzione: da un folklore russo imbevuto di fiaba e di religiosità arcaica, egli passa gradualmente e non senza rallentamenti a composizioni sempre più «astratte», in cui le forme esplodono e il grado di riconoscibilità figurativa tende a zero. Ma, come per incanto, nei primi anni ’20 dal vortice incominciano ad uscire forme nuove dai contorni nettissimi, perfettamente definiti. Sono pure forme geometriche, pacificate, prive di qualsiasi vincolo figurativo (e in questo senso assolute) e di ogni rapporto con la realtà iniziale.

Caso-Schönberg


Anche Schönberg progressivamente approda ad una meta-forma, in questo caso musicale, perfettamente artificiale e perfettamente autosufficiente, anch’egli in tre tempi. Anziché la riconoscibilità figurativa, in questo caso è la tonalità a lasciare inizialmente lo spazio ad una forma a-tonale ed in seguito ad una nuova forma tonale: la scala dodecafonica rappresenta infatti l’approdo ad una forma che non ha più nulla in comune con la forma tonale di partenza e che ne utilizza gli elementi disgregati (i dodici intervalli della scala) come materiale da costruzione per una forma letteralmente «inaudita».

Caso-Benjamin


Sul piano strettamente teorico, Walter Benjamin è l’autore più «schlegeliano» del ‘900 e se c’è un testo nella letteratura novecentesca che tenta di avvicinarsi al Libro Assoluto questo è proprio il grande «brogliaccio» che costituisce il libro di Benjamin su Parigi. Parigi è «lì», è diventata il libro stesso, che ha metabolizzato la Parigi reale e ne ha preso il posto. Infatti, come nel caso del saggio schlegeliano su Wilhelm Meister, esso è la trasposizione miniaturizzata e potenziata in forma di saggio sul suo oggetto, che non ha il compito di rappresentarlo quanto piuttosto quello di sostituirlo. Il fatto che esso sia rimasto un brogliaccio mai terminato non risponde al caso: tra le figure le libro assoluto, infatti, lo stesso Schlegel inseriva anche l’«enciclopedia frammentaria». La tecnica con cui Benjamin compone questa sorta di enciclopedia frammentaria pensando al cinema (che Benjamin considera l’arte totale) è proprio il montaggio, una variante di quella che Schlegel chiamava «ars combinatoria», come combinatoria di frammenti.

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