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I Fauves

Nel 1905 un gruppo di pittori che esponevano a Parigi le loro opere nel Salon d’Automme, una manifestazione annuale, suscitarono reazioni forti e scandalizzate nel pubblico e nella critica per la scelta dei colori intensi, brillanti e molto distanti da quelli della realtà, per il carattere sommario del disegno e per l’assenza della prospettiva. Quei pittori furono definiti in modo spregiativo i Fauves, le "Belve", per il loro netto rifiuto delle regole accademiche e per il forte impatto dei colori. Fra loro vi erano Henri Matisse, Maurice de Vlaminick e Andrè Derain. I Fauves non erano un gruppo organizzato di pittori con un preciso programma di attività comuni, essi esprimevano una più ampia posizione antimpressionista in nome della libertà espressiva. Rifiutavano cioè la concezione della pittura come rappresentazione delle impressioni suscitate dalla realtà all’occhio dell’artista, contrapponendo la visione soggettiva del singolo. Il singolo artista cioè vede la realtà in modo diverso da tutti gli altri spettatori perché l’avvicina secondo la propria sensibilità e il proprio sentimento. Il colore è, in questo senso, il modo più diretto per esprimere le sensazioni e le emozioni. Matisse dichiarava esplicitamente che il colore riflette la sensibilità dell’artista ben al di là delle convenzioni per le quali il verde indica il prato e il blu il cielo. Il risultato di questa concezione è una pittura nella quale il colore aggredisce lo spettatore con toni caldi e freddi. L’esperienza dei Fauves durò fino al 1907. Poi ciascuno seguì percorsi artistici più personali.

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