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I Fauves

Sono un’avanguardia, sono quelli più esposti ali attacchi, loro non sono mai stati apprezzati perché proposero nuove idee. Si cambierà radicalmente. Quando nel 1905, si aprì a Parigi l’annuale Salon d’Autumne, una mostra che raccoglieva opere di artisti di disparate tendenze, un gruppo di essi suscitò uno scandalo paragonabile solo a quello provocato nel 1874 dagli impressionisti. Quando appena si cominciava ad accettare la pittura impressionista, il pubblico si mostrava frastornato dalla novità di questi pittori soprattutto per l’uso del colore. Dopo la mostra un critico d’arte Louis Vauxcelles,paragonando una statua talmente tradizionalista da sembrargli degna del rinascimento fiorentino, ai quadri appesi alle pareti della stessa sala scrisse “Donatello chez les fauves!” (sce le fov) (“Donatello in mezzo alle belve!”). Fauves, dunque “belve”, venivano definiti quegli artisti per la loro forte carica espressiva. Facevano parte dei cosiddetti Fauves: Henri Matissem Albert Marquet ecc.. Come già il 1874 per gli impressionisti, anche il 1905, anno del Salon, è indicativo solo per la coniazione della parola fauves. I fauves non hanno un programma, non stendono un manifesto esplicativo come faranno i futuristi. La loro posizione non è che la conseguenza della polemica antimpressionista. Essi contrappongono cioè alla teoria della pittura come riproduzione delle impressioni suscitate dalla realtà nell’artista, quella della pittura come espressione esclusiva dell’io: l’artista “vede” la realtà in un certo modo, perché la sente così e così la rende. Fondamento dell’espressione pura è il colore. Non è una novità: da Delacroix in poi il colore assume sempre più un ruolo primario, come creatore esso stesso della forma. Se l’impressionismo è il trionfo del colore, è soprattutto con il postimpressionismo che si giunge alla coscienza della sua priorità. I Fauves si liberano dei sottintesi simbolici affidando l’espressione interiore al colore di per sé. Con l’arte dei Fauves abbiamo quindi il rifiuto del passato, il rifiuto dell’accademia e quindi il rifiuto della prospettiva, del disegno, del chiaro scuro dove appunto il paesaggio non viene contemplato.

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