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Il dadaismo

Dada (1916-1923)
È una tendenza che nasce dall’esigenza di artisti, come Tristan Tzara, Marcel Janco, Hans Arp, che, rifugiati in Svizzera, paese neutrale, durante il primo conflitto mondiale, di rifiutare la degenerazione della guerra e dell’arte classica.
E’ un movimento che è un non-senso per definizione.
Infatti, a partire dal nome, appunto, che non significa nulla e che è stato inventato aprendo a caso un vocabolario tedesco-francese.
La scommessa di Dada è riscattare l’umanità dalla follia che l’ha portata alla guerra. Per fare ciò è necessario azzerare tutte le ideologie e tutti i valori, creando un arte nuova, elementare, capace di ridare agli uomini la forza di essere di uomini e non folli assassini accecati dallo spirito di sopraffazione. Nel 1918 Tzara scrive il Manifesto Dada che fornisce alcune direttrici ideaologiche ed estetiche di riferimento.

L’opera d’arte, in particolare, non deve più rappresentare la bellezza, che è morta e non deve essere né gaia, né triste, né chiara né scura, da cui discende che la critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuna la sua e senza alcun carattere di universalità.
Subito dopo la fine della guerra i vari artisti e intellettuali che vi avevano aderito, tornarono nei loro rispettivi paesi o si sparsero nel mondo, portando ovunque i germi di quella rivoluzione silenziosa e irriverente che, alla follia della violenza, aveva opposto la violenza della follia.
Si radica maggiormente a Zurigo, Berlino, Colonia, Hannover, Parigi. Molti artisti, morto il Dada, passeranno poi all’esperienza surrealista, all’astrattismo. Tra i protagonisti: Raoul Hausmann. Marcel Duchamp, Francis Picaba e Man Ray.

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