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Kleobi e Bitone


Uno dei più significativi esempi di scultura dorica ci è off erto da una coppia di kouroi risalenti al 610-590 a.C. rinvenuti a Delfi e attribuiti a Polimède (o Ymèdes), uno scultore originario della città peloponnesiaca di Argo. I kouroi, donati dagli Argivi al santuario posto alle pendici del monte Parnàso, rappresentano i fratelli Klèobi (Klèobis) e Bitóne (Bìton) Fig. 4.77 , fi gli di Cidìppe, una sacerdotessa della dea Hera. Narra Erodoto (Storie, I, 31) che i due giovani, per consentire alla madre di arrivare puntualmente al tempio di Argo, in occasione di una festività, si sostituirono ai buoi, non ancora pronti, e trascinarono il pesante carro di Cidippe per 45 stadi (circa 8 kilometri). La sacerdotessa, riconoscente, pregò Hera affi nché ricompensasse degnamente tale impresa e la dea, commossa dal generoso gesto dei due giovani, li fece sprofondare in un sonno piacevole ed eterno, al fi ne di preservarli per sempre dall’invecchiamento, dal dolore e dalla morte.
Le due statue, che nelle proporzioni tozze rivelano tutta la massiccia espressività della scultura dorica, raffigurano Kleobi e Bitone nella classica posizione stante. Le braccia, molto muscolose, sono leggermente flesse e i polpacci appaiono evidenziati in modo quasi innaturale. Anche la testa dei kouroi è, del resto, eccessivamente sovradimensionata. La sua forma squadrata, comunque, contribuisce a conferirle un senso di maestosa gravità, ulteriormente accentuata dalla voluminosa capigliatura, che ricade con dodici pesanti trecce: sei posteriormente, sulla schiena, e sei anteriormente, suddivise in due ciocche di tre su ciascuna delle clavicole.
Sotto la bassa fronte e le ampie arcate sopracciliari sporgono due grandi occhi a mandorla, di evidente derivazione egizia, mentre le labbra risultano appena increspate in una sorta di misterioso sorriso. Si tratta del cosiddetto sorriso arcaico, comune a molte sculture greche del tempo. A esso alcuni moderni storici dell’arte attribuiscono un preciso significato di serenità e imperturbabilità interiori. Più verosimilmente, invece, si tratta del tentativo di riportare sul piano del volto – che, come si è detto, non ha ancora una conformazione tondeggiante – la naturale curvatura della bocca (lo stesso capita agli occhi). In Kleobi e Bitone anche il modellato delle ginocchia e dell’addome d è assolutamente non realistico. Sia le une sia l’altro, infatti, vengono resi mediante una serie di incisioni convenzionalmente geometriche: circolari per indicare le rotule e campaniformi per dare l’idea della cassa toracica e dell’addome.
Le due statue, nonostante che il loro volume massiccio possa far credere il contrario, sono state scolpite per essere osservate frontalmente, secondo una tradizione scultorea ancora ricollegabile, in modo più o meno diretto, all’arte egizia. Viste di lato, infatti, esse perdono gran parte della loro espressività e le teste appaiono innaturalmente cubiche. Già da questo periodo gli artisti greci cercano di dare l’idea del bello non tanto per la somiglianza delle statue al vero, quanto per la corrispondenza simmetrica fra le varie parti del corpo. Questo avviene secondo degli schemi geometrici assai rigidi, che non hanno alcun riferimento con la realtà del corpo umano. È possibile, infatti, individuare delle ideali rette orizzontali (assi di simmetria) attorno alle quali certe parti del corpo sono messe in evidenza come se fossero riflesse in uno specchio. Ecco allora che alle doppie curve dei muscoli pettorali corrispondono, secondo il relativo asse di simmetria, le opposte curve delle clavicole. Allo stesso modo, alle curve a grandi «V» che delimitano inferiormente il torace, corrisponde l’uguale e opposta curva dell’attacco delle gambe al busto e dell’inguine. Le curve e le incavature che individuano le piegature delle braccia, infine, sono richiamate, per analogia, dagli archetti scolpiti al di sopra delle rotule e dalle «V» al di sotto di esse.
Nella parte tergale (cioè posteriore) le curve delle scapole si oppongono a quelle superiori dei glutei, mentre due curve a «V» segnano i gomiti e coppie di archetti definiscono i tendini della piega del ginocchio (detto cavo poplitèo).

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