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Vardhamana e il jainismo

Il fondatore del jainismo fu un nobile di nome Vardhamana, detto anche Jina, ossia “il vittorioso”: da lui presero nome i “jainisti” suoi seguaci (in origine chiamati Niggantha, ossia “coloro che sono sciolti dai legami”). Vardhamana abbandonò la sua reggia e per dodici anni si dedicò a una vita ascetica durante la quale elaborò la sua dottrina; in particolare, la setta (fondata nel IV secolo a.C. e tuttora vitale) respingeva completamente i libri sacri del Veda e l’autorità dei sacerdoti. Anche gli dei , secondi i jainisti, erano soggetti al ciclo delle rinascite al pari delle anime umane: soltanto spezzando i vincoli delle rinascite si sarebbe potuto liberare l’anima, che sarebbe volata in luoghi celesti per dimorarvi eternamente libera. Questo scopo sarebbe raggiungibile solo con anni di severa disciplina e di mortificazione: ascetismo, digiuni, contemplazione.

I jainisti dovevano quindi evitare tutto ciò che avrebbe potuto contaminare la loro esistenza con atti ingiusti; in modo particolare era loro vietato nuocere a qualsiasi creatura vivente, di qualunque dimensione fosse, poiché anch’essa avrebbe di certo contenuto un’anima. Ancora oggi, quindi, i pianisti più ortodossi non coltivano la terra per timore di schiacciare i vermi, camminano spazzando il terreno davanti a loro, per non calpestare qualche insetto, e per lo stesso motivo non devono acqua senza filtrarla e portano una garza davanti alla bocca.

I jainisti comunque successivamente si stabilirono in monasteri che divennero centri di cultura e di attività economiche al punto da influire notevolmente anche sull’architettura indiane.

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