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I Romani e la tutela della donna


Il sostantivo “tutela” ha la stessa radice di “tueor” che significa “io proteggo” quindi “tutela” significa “protezione”.

Anticamente, , nella società romana il capo era l’uomo, inteso come padrone di casa e soprattutto “pater familias” in cui il termine “familias” comprende non solo coloro che sono legati da vincoli familiari, ma anche tutta la servitù, composta dai “famuli”.La donna era esclusa dai diritti politici: non poteva votare, eleggere, farsi eleggere e quindi nemmeno intraprendere il “cursus honorum”, cioè la carriera politica. Essa necessitava continuamente di un “tutor”, cioè di un uomo che esercitasse la tutela sulla sua persona e che desse il suo consenso, soprattutto per sposarsi, per fare testamento o per accettare un’eredità. Generalmente il “tutor” era il padre, poi il marito ed in caso di morte di quest’ultimo subentrava nella funzione il parente maschio di legame più stretto. Pertanto per tutta la vita, le donne erano sottoposte a tutela a causa della sua superficialità, come si diceva in latino “propter levitatem animi”.

La donna non aveva un nome proprio, ma prendeva quello della “gens” a cui apparteneva, trasformato al femminile. E anche questo particolare ci dimostra come la donna, in fin dei conti era una “proprietà della famiglia”.

La storia si fornisce esempi di donne romane che si sono illustrate per il loro coraggio e per le loro virtù che tuttavia sono sempre proiettate nell’ambito delle aspettative maschili. E’ il caso di Lucrezia, di Veturisa e di Arria.
Lucrezia è la matrona che, violentata da Sesto Tarquinio preferisce non sopravvivere alla vergogna subita e preferisce darsi la morte
Veturia, moglie di Coriolano viene considerata “forte” perché capace di anteporre l’amore per la patria a quello del figlio
Arria è l’esempio di donna che si dedica al marito e che vive nella sua ombra a tal punto da scegliere di non informarlo della morte del figlio facendogli credere che esso sia ancora in vita.

Le Vestali erano le uniche donne che non erano per legge sottoposte all’autorità paterna: esse potevano fare testamento senza l’autorizzazione di un tutor. Scelte in un’età compresa fra sei e dieci anni, esse erano le sacerdotesse della dea Vesta, dea del focolare domestico e vivevano in uno stato di consacrazione per trenta anni, col compito di mantenere sempre vivo il fuoco sacro. Comunque, in realtà la vestale passava dalla tutela del “pater familias” a quella del Pontifex Maximus, la suprema autorità religiosa che vigilava sulla verginità delle vestali. In caso di trasgressione agli impegni presi, la donna veniva condannata a morte e fatta seppellire viva.

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