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Roma repubblicana - Villa servile


In Italia cominciano a costituirsi, dal punto di vista della organizzazione del territorio, grandi proprietari di terre; si tratta di grandi aziende che controllano moltissimi ettari e che i più ricchi organizzano in monocoltura: non si può ancora parlare di latifondi perché, soprattutto in aree del centro, la piccola proprietà resiste, ma le estensioni organizzate a vigneto ed oliveto in Italia centro-settentrionale, a cereali nel Tavoliere di Puglia e a pascoli per il grande bestiame ormai hanno cambiato il paesaggio italiano, in precedenza organizzato attraverso piccole proprietà terriere (che, secondo Emilio Gabba, si reggevano in piedi per parti di terreno utilizzate per il piccolo bestiame, soprattutto di suini, affinché sfamasse tutta la famiglia romana [in genere allargata: composta da padre, almeno due o tre figli maschi, che non erano indipendenti e non costituivano altre famiglie, anche se sposati, finché il progenitore fosse vivo]), supplementate da terre in comune (dove andavano a pascolare i maiali, una mucca, le pecore, le galline e i polli). Questo paesaggio viene totalmente a cambiare con l’estensione della grande proprietà, una villa rustica che a partire dal II secolo a.C. viene definita “servile”, cioè un’entità economica che prevede essenzialmente monocoltura e una coltivazione ad opera non di uomini liberi, ma soprattutto di schiavi. Il prototipo di villa servile è rappresentato, dal punto di vista archeologico, da una villa scavata a Settefinestre: in essa è certamente presente un ergastulum (il luogo dove la schiera di servi viene fatta dormire, che in sostanza è assimilabile a prigioni, per la quale sono utilizzate le parti più umide e malsane della villa; queste squadre di schiavi sono incatenate e portate al mattino a lavorare nei campi, mentre di sera vengono riportati nell’ergastulum; essi sono maschi e femmine, perché la riproduzione servile è estremamente favorita, in quanto non si comprare il servo se questo è generato da due servi in contubernium, che non è un vero e proprio matrimonio); la caratteristica principale della villa servile è che essa permette di mutare il villaggio agricolo italiano in grandi estensioni lavorate a monocoltura, che sorgono e sono sempre più competitive sia nei confronti della piccola proprietà terriera che del lavoro del contadinato libero: il servo che lavora sulla grande proprietà è comprato a basso prezzo in un mercato che, in seguito alle grandi guerre di conquista, le quali portano alla costituzione degli imperium (l’impero romano nelle provinciae), è un mercato ricchissimo di schiavi. In questo tipo di villa rustica c’è anche il luogo dove il dominus potrebbe andare ma, di fatto, quella pars dominica è abitata da un sovrintendente libero e non effettivamente dal dominus: questi ambienti, non particolarmente noti, non sono particolarmente lussuosi e non presentano strutture per la vivificazione o la cultura dell’olio; quindi, tutto ciò che viene prodotto in queste ville sembra destinato all’esportazione: questa è una configurazione molto diversa da quella piccola proprietà privata, dove la policoltura non serve al commercio ma al sostentamento. Questo tipo di realtà economica è attestato in Italia almeno fino al II secolo d.C., quindi ha una fortuna immensa, sebbene nel corso del III secolo entrerà fortemente in crisi; non sappiamo quanto il nuovo tipo di villa rustica, che si sostituisce a quella servile a partire dal IV secolo d.C., sia un prolungamento e una trasformazione di quella servile. È certo che la sua configurazione tardo-antica, dal IV secolo in poi, è molto diversa: si inizia a parlare di villa coloniaria, perché non è più lavorata in prevalenza da servi, ma da uomini liberi (i coloni) e dunque divisa in tanti piccoli appezzamenti in cui il colono vive; anche se persevera la monocoltura, che è prioritaria, nei piccoli vari appezzamenti coloniali si comincia a praticare anche la policoltura: è come creare tante piccole proprietà all’interno di una grande proprietà. Un termine su cui si sono incentrati molti ricercatori è servus quasi colonus: per alcuni esso significa che il colono, sebbene sia un uomo libero, in realtà è più schiavo dello schiavo; il colono è un uomo libero, ma lui ed i suoi figli rimangono fortemente legati ad un appezzamento di terra, dove lavorano come uomini libero. Nella villa coloniaria non è più presente l’ergastulum, in quanto i coloni abitano in piccole proprietà che costellano la villa tardoantica, mentre l’edificio di residenza diventa una bellissima villa, perché il dominus (un senatore romano) vi risiede spesso e vuole avere tutti gli agi, i lussi che normalmente ha anche in una domus urbana; in questa villa tardoantica, in un’area spesso posta accanto all’edificio principale, si trovano tutti gli strumenti per la prima lavorazione dei prodotti (anziché essere subito esportati, essi vengono trasformati: il tipo di mercato è differente), come il frantoio e altri strumenti. Infatti alcuni artigiani spesso vivono in questa villa, a preludio di quell’organizzazione castellare, alternativa all’urbs, alla civitas, che nel giro di un secolo e mezzo diventa il panorama più frequente dell’Italia tardoantica (VI secolo); spesso i domini istruiscono i propri figli all’interno di queste ville, molte delle quali hanno anche una chiesa.
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