pexolo di pexolo
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Fu il console Publio Sulpicio Galba a convincere i Comizi Centuriati, paventando la possibilità che, come Filippo V aveva minacciato nel 215, ora potesse spedire il suo esercito in Italia, cioè l’avere di nuovo un nemico sul proprio territorio (come era già successo con Pirro ed Annibale); il timore che Filippo V potesse effettivamente sbarcare in Italia convinse nel 200 i Comizi a dichiarare la Seconda Guerra Macedonica (mentre si è soliti considerare la Prima all’epoca dell’apertura del fronte orientale, cioè nel 215, chiusa nel 205 a.C. con un trattato in cui Roma vieta a Filippo di avvicinarsi), che finisce nel 196 a.C. a Cinocefale, dopo una strepitosa sconfitta dei Macedoni, ad opera di Tito Quinzio Flaminino, che conduce l’esercito a combattere in Tessaglia. Egli mostra, come Scipione, la maturità culturale di un gruppo, di una famiglia la cui educazione avviene per opera di precettori greci, che imparava il greco e preparava i giovani al confronto con l’altra civiltà, quella che, sconfitti i Cartaginesi, poteva costituire una forte alternativa a Roma: il mondo greco; i più lungimiranti avevano studiato il greco, perché si formassero sui testi greci, che allora rappresentavano la cultura per eccellenza: oltre all’addestramento militare, dunque, per poter agire nel foro (oltre alla retorica latina, che ancora non esisteva) si imparava la retorica greca, la filosofia dei Sofisti, di Platone, di Aristotele, degli Stoici. Tito Quinzio Flaminino sapeva e riconosceva quali erano le grandi tematiche politiche-culturali che animavano i greci, sapevano che le città greche (oppresse da un sovrano macedone) non avrebbero sopportato a lungo il giogo e che erano organizzate in Leghe (un po’come gli Etruschi), un sistema istituzionale pieno di falle (non erano in grado di organizzare un esercito capace di resistere a quello romano); ma la grande tematica che poteva provocare un atteggiamento positivo dei Greci nei confronti di Roma era quella di dare la libertà alle città greche, era infatti all’insegna della libertà che tutto il mondo greco aveva elaborato le proprie istituzioni, la polis greca era e si sentiva autonoma, libera e pertanto non aveva sopportato né il giogo di Alessandro Magno, né tantomeno poteva sopportare l’invadenza dei Macedoni.

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