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Pompeo e Cesare

Le otte interne continuarono. Altri uomini si servirono del favore del popolo e dei soldati o dell’appoggio dato e dei ricchi e governarono a loro arbitrio, violando la Costituzione repubblicana. Così venne meno l’impero della legge e la forza si sostituì al diritto; il mondo romano fu diviso dalle guerre tra i vari partiti e la Repubblica si avviò alla rovina. La guerra contro Sertorio-Gneo Pompeo, nato da nobile e ricca famiglia, apparteneva al partito aristocratico. Egli aveva seguito Silla e ne fu, per così dire, il naturale successore. Il Senato mandò il giovane generale nella Spagna, dove i democratici, guidati da Sertorio, resistevano ancora. I ribelli avevano battuto in alcuni scontri le legioni romane. Nel 72 a. Cr. Sertorio venne assassinato dal suo luogotenente Perpenha. Pompeo ebbe ragione degli ultimi tentativi di resistenza e ritornò quindi vincitore in patria. La guerra contro le bande di Spartaco. Ma in Italia Pompeo si imbatté in bande di disperati, che rubavano, uccidevano e combattevano con incredibile coraggio. Erano costoro soldati fuggiaschi: uomini senza guida e senza freno, che cercavano una via di scampo verso il Nord. Avevano fatto parte dell’esercito di Spartaco, gladiatore della Tracia, che nel 73 a. Cr. Aveva riunito nell’Italia meridionale altri gladiatori e molti schiavi e aveva guidato i suoi compagni di sventura contro Roma, nel vano tentativo di portarli oltre la cerchia alpina, verso l’agognata libertà. Spartaco combatté senza fortuna: le legioni, guidate da Marco Licinio Crasso, sterminarono i suoi soldati ed egli cadde sul campo. Soltanto 5.000 uomini riuscirono a sfuggire alla cattura e si diressero verso il nord. Ma ebbero la mala sorte di inontrare il vincitore di Sertorio: per loro fu la fine. Pompeo si attribuì, senza troppa modestia, tutto il merito della vittoria sulle bande di Spartaco: “Crasso ha avuto ragione del male, ma io ne ho estirpato le radici”. Nel 70 a. Cr. Fu Console con Crasso: in questa occassione revocò le riforme di Silla: restituì l’antico potere sia ai tribuni della plebe, sia ai cavalieri.
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