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Roma - Guerra siriaca


Antioco III, della dinastia seleucide, era uno dei sovrani cosiddetti “diadochi” (come Filippo V), che si era creato un regno sul terreno del vecchio impero di Alessandro Magno; egli aveva costituito un regno molto importante: dal Mediterraneo era riuscito ad estenderlo quasi fino ai confini dell’India, esattamente come Alessandro Magno. Approfittò della disgrazia di Filippo V, sconfitto a Cinocefale e costretto a ritirarsi dai possedimenti greci, per avviare lui la conquista dell’Asia Minore, dove c’era un vacuum di potenza e, dunque, portò una nuova minaccia al re di Pergamo, che Roma prese di nuovo a giustificazione per muoversi in guerra contro Antioco III; come per Filippo V c’era un antefatto (dopo il 215 c’era la paura che venisse in Italia), per convincere i Comizi a fare guerra contro Antioco III i senatori giocarono un’altra carta: egli ospitava e nascondeva Annibale nelle sue terre, il quale aveva avviato la ricostruzione economica e morale di Cartagine, aveva risanato le finanze pubbliche della sua patria, ma si era creato tanti nemici politici e, dunque, egli aveva chiesto rifugio politico ad Antioco III (nessuno si ricordava questo fatto); sapendo dunque che Antioco III nascondeva Annibale e temendo che il genio più grande dell’antichità potesse convincerlo a muovere guerra ai romani, Roma si mosse per prima, appena Pergamo chiese aiuto. La Guerra Siriaca (192-189 a.C.) non fu guidata da Scipione che, in base al sistema di organizzazione del cursus honorum creatosi in quegli anni, non poteva avere un nuovo consolato, così viene mandato suo fratello, Lucio Publio Scipione; nel 191 a.C. i Romani sconfissero l’esercito di Antioco alle Termopili (vicino ad Atene), il luogo dove i Persiani (guidati da Dario e poi da Serse) avevano sconfitto i Greci, di nuovo presentandosi agli ateniesi come grandi protettori della libertà greca. A Magnesia (in Asia Minore), nel 189 a.C., grazie alla genialità di Lucio Cornelio Scipione (che, tuttavia, aveva suo fratello a consigliarlo), Antioco III fu sconfitto, costretto a pagare un’enorme indennità di guerra e ad abbandonare tutti i possedimenti in Asia Minore; tra le clausole del trattato (questo dimostra l’enorme paura che Roma aveva avuto nei suoi confronti) ci fu la consegna di Annibale.
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