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La vittoria su Cartagine spinse Roma a nuove conquiste in un’ottica ormai apertamente imperialistica.
Fu conquistata la Spagna (una parte era già stata occupata durante le guerre puniche)
Venne consolidata la conquista dell’Italia padana
Fu poi la volta della conquista dei Regni ellenistici: venne sconfitto il regno di Macedonia; venne conquistata la Grecia; nel 133 venne annesso il Regno di Pergamo, lasciato in eredità a Roma dal sovrano Attalo III
Venne occupata la Gallia
Mai nella storia una repubblica aveva raggiunto un simile risultato. Roma era ormai caput mundi (“capitale del mondo”). All’interno delle sue conquiste era compreso pure il Mar mediterraneo che i Romani chiamavano ormai mare nostrum (“mare nostro”).
I territori conquistati all’esterno della penisola italica furono organizzati in province governate da proconsoli o propretori che esercitava pieni poteri. Agli abitanti veniva imposta una robusta tassazione e in cambio nei territori venivano realizzate opere pubbliche come acquedotti, strade, fognature, bonifiche. Enormi ricchezze entravano perciò nelle casse dello stato romano e in quelle private dei governatori, fatto questo che provocò scontri fra i potenti cittadini per ottenere il governo di una provincia e i guadagni che ne derivavano. Per il resto Roma lasciava libere le popolazioni di professare i loro culti religiosi a patto che non si ponessero contro le leggi di Roma, atteggiamento che mirava a non creare ulteriori problemi nella gestione delle province.

Le conseguenze delle conquiste e le trasformazioni della società romana
L’espansione di Roma nel Mediterraneo è causa di profonde trasformazioni in ambito culturale, economico e sociale.
- Il contatto con la cultura greca e con il lusso dei popoli orientali allontana i romani dalla loro antica semplicità, suscitando il desiderio di una vita comoda e raffinata e caratterizzata dal lusso. Alcuni tradizionalisti criticarono aspramente l’allontanamento dai semplici modi di vita dell’antica repubblica. Capofila di costoro era Catone il Censore. Tali resistenze furono però inutili perché la vita culturale e letteraria venne trasformata in profondità dal profondo influsso esercitato dalla cultura greco-ellenistica. Il poeta Orazio riassumerà questo processo di trasformazione con una frase rimasta poi celebre:”la Grecia conquistata ha conquistato a propria volta il rozzo vincitore (cioè Roma)”.
- L’aristocrazia si arricchisce sempre di più con la spartizione del bottino di guerra e con l’esproprio delle terre conquistate creando immensi latifondi (vaste proprietà) a danno dei piccoli e medi proprietari, cioè della maggior parte dei cittadini romani e italici. I piccoli proprietari, a causa delle guerre, rimanevano lontani dai loro campi e una volta tornati a casa, si erano indebitati e a poco a poco avevano cedute le loro terre ai ricchi. E poiché per la coltivazione dei campi venivano utilizzati gli schiavi che arrivavano in abbondanza in seguito alle guerre di conquista, agli ex piccoli proprietari non restava che o lavorare come braccianti o trasferirsi a Roma o nelle grandi città in cerca di fortuna (fenomeno che prende il nome di urbanesimo). Nei centri urbani si concentrò quindi una massa di persone che sopravviveva grazie a lavori occasionali o mettendosi al servizio di famiglie più ricche. A costoro si aggiungeva gente inquieta e senza mestiere che spesso era fonte di disordini sociali.

- Tra i ricchi proprietari terrieri e la massa di gente che viveva di espedienti si colloca una nuova classe sociale: si tratta dei cavalieri, noti anche come publicani. Questi ultimi rappresentavano un importantissimo reparto dell’esercito e si erano arricchiti grazie ai traffici commerciali che i nobili disdegnavano. Ai cavalieri non interessava il potere politico bensì godere unicamente dei privilegi economici e sociali, essi si occupavano anche della riscossione delle tasse nelle province ed erano noti come individui poco morigerati e violatori della legge. Tutto ciò creò una crescita del malcontento presso gli abitanti delle province che si sentivano a ragione sfruttati. Nemmeno le leggi riuscirono a mettere fine allo sfruttamento dei provinciali.
Questa situazione porterà a Roma tante tensioni che mostreranno come il sistema politico e militare della Repubblica stia entrando in crisi. Ciò sarà avvalorato dai sanguinosi eventi che caratterizzeranno l’ultimo secolo della repubblica romana:
- Le vicende dei fratelli Tiberio e Gaio Gracco
- Le guerre civili tra Mario e Silla prima e tra Cesare e Pompeo in seguito.

Le riforme agrarie dei Gracchi

Le trasformazioni prodotte dalle nuove conquiste resero necessaria una riforma che potesse affrontare i problemi più gravi del momento: quelli dell’urbanesimo e del latifondo. I primi ad affrontare questi problemi furono i fratelli Tiberio e Gaio Gracco.
Nel 133 a.C. Tiberio, eletto tribuno della plebe, presentò una riforma agraria che prevedeva quanto segue:
Nessuno poteva possedere per sé più di 250 ettari di terreno
Le terre che rientravano allo Stato dovevano essere distribuite fra i cittadini poveri in piccole proprietà
In questa maniera Tiberio sperava di risollevare le sorti dell’agricoltura, di ricostituire la classe dei piccoli proprietari e di allontanare dalla città la massa dei disoccupati, fonte di disordini e di tumulti. Tutto ciò provoco il malcontento dei patrizi che si vedevano sottrarre redditi rilevanti e scatenò una dura lotta che si concluse con l’uccisione dello stesso Tiberio e di 300 suoi fedeli sostenitori.
Dieci anni dopo, nel 123 a. C. venne eletto tribuno della plebe Gaio Gracco, fratello di Tiberio. Gaio volle far approvare una legge frumentaria, ossia un provvedimento in base al quale ogni cittadino povero, residente nella capitale, poteva prelevare mensilmente dai granai pubblici un certo quantitativo di frumento ad un prezzo inferiore a quello corrente.
Con un’altra legge Gaio prevedeva la fondazione di nuove colonie per allontanare i nullatenenti dalla capitale con un ben regolato sistema di emigrazione.
Infine propose di estendere i diritti di cittadinanza a tutta la popolazione italica in questa maniera avrebbe chiamato a partecipare all’attività politica non più una cerchia ristretta di persone residenti a Roma, ma l’intera popolazione della penisola. Anche questa volta gli aristocratici si opposero e si coalizzarono con la plebe romana che non voleva condividere con gli italici i privilegi politici e civili. Scoppiarono dei tumulti nel corso dei quali Gaio per sfuggire agli avversari scelse di farsi uccidere da un servo.
Con la morte dei fratelli Tiberio e Gaio, tutti i problemi politici, sociali ed economici restarono senza soluzione e tornarono ad emergere più gravi di prima.

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