Finita la paura per Cartagine, Roma espanse il suo dominio fino alla Grecia. Questa espansione, però, comportò anche delle conseguenze di carattere sociale, che finirono per danneggiare la tradizionale struttura della classe romana. Innanzitutto comportò la formazione di una nuova classe sociale, gli equites, cioè i cavalieri, per lo più banchieri e mercanti. Questi si arricchirono grazie all’apertura di nuovi mercati nei grandi domini romani, aggiudicandosi appalti pubblici. I cavalieri assunsero, man mano, sempre più importanza, alimentando celebri lotte contro gli aristocratici per il controllo dei tribunali. Le provincie erano viste come territori da sfruttare in ogni modo e, con l’ampliamento territoriale del dominio romano, ci u l’esigenza di un nuovo assetto politico-amministrativo dello Stato, che si compirà solo in età augustea. La popolazione dell’Italia romana si era largamente impoverita, in quanto molti piccoli proprietari terrieri dovettero vendere i loro terreni ai grandi latifondisti che, grazie all’importazione di schiavi greci, poterono usufruire di manodopera a basso prezzo. L’aristocrazia senatoria si divise in due veri e propri partiti: da una parte c’erano gli optimates, più tradizionalisti, e i populares, più aperti al nuovo e alle esigenze delle classi inferiori. Ai problemi legati all’agricoltura cercarono di trovare una soluzione i tribuni della plebe Tiberio e Gaio Gracco. Il primo propose una riforma agraria che limitava il possesso dell’ager publicus, ossia il terreno dello Stato, a 500 iugeri con conseguente redistribuzione delle terre ai più poveri; il secondo, alla legge agraria del fratello aggiunse una politica di fondazione di colonie in Italia e Africa e l’estensione della cittadinanza romana a Latini e Italici. Queste leggi, però, causarono il malcontento dell’aristocrazia, il cui vertice era ancora Scipione Emiliano, che, per mantenere una certa supremazia, fece ancora una volta uso della violenza uccidendo i due fratelli.

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