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I primi atti della repubblica dovettero avvenire quando Roma si trovava ancora nell’area di influenza della potente città di Chiusi, l’intervento del cui re aveva reso possibile la fine della precedente dinastia etrusca. Ad esempio il trattato con Cartagine, che lo storico greco Polibio data nello stesso 509 a.C in cui furono nominati i due magistrati che sostituivano il re, dovette probabilmente essere stipulato quando Roma era ancora sotto il patronato di una dinastia etrusca, tenendo conto che Cartagine intratteneva rapporti in funzione antigreca, con varie comunità etrusche, mentre sarebbe impensabile che una comunità isolata stringesse alleanza internazionali inserite in un sistema consolidato di rapporti. Quanto alla sostituzione della monarchia con due magistrati che mantenevano con pari diritto gli stessi poter del re, chiamati allora pretori e poi consoli è difficile che l’operazione sia stata così semplice come la tradizione racconta. Esempi di collegialità nell’esercizio del potere erano noti nel mondo italico: presso gli etruschi vigeva un regime con più zilath (pretori) di cui uno superiore agli altri. Dunque non è infondato ipotizzare che Roma, così strettamente legata alle popolazioni vicine, abbia assunto qualche istituto straniero come modello e che abbia poi elaborato una sua propria costituzione, la cui originalità consisteva appunto nella parità di poteri dei due magistrati, ciò presuppone una comunità divisa, le cui parti hanno bisogno di controllarsi a vicenda. E Roma, agli inizi del V secolo a.C. conosce profonde divisioni che sono riassunte in quella più vistosa fra patrizi e plebei.

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