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Pompeo contro i Pirati
Al termine dell’anno di carica come console, Pompeo rifiutò di recarsi a governare una provincia, ma non si trattava di una rinuncia alla politica: Pompeo riteneva, infatti, che Roma fosse il luogo migliore per realizzare il progetto di potere che andava da tempo perseguendo. L’occasione giunse nel 67 a.C quando il Senato decide di affrontare il problema dei pirati che ormai spadroneggiavano nell’intero Mediterraneo orientale, minacciando e depredando le navi romane.

I pirati, infatti, non agivano più isolatamente, come una volta, ma si erano organizzati in vere e proprie flotte che avevano le loro basi sulle coste meridionali dell’Asia Minore, della Cecilia e di Creta; rappresentavano pertanto una minaccia pertanto gravissima, poiché chi doveva viaggiare per mare rischiava di venire ucciso o, nel migliore dei casi, di essere catturato e venduto come schiavo. Ma il problema più grave era che i pirati mettevano in serio pericolo gli approvvigionamenti della stessa Roma, depredando le navi che trasportavano il grano, infatti, essi avevano provocato più di una carestia.

Di fronte a questa situazione, il tribuno Aulo Gabinio propose nel 67 a.C. una legge che concedeva a Pompeo poteri straordinari per la durata di tre anni (lex de piratis persequendis), quindi il Senato fu costretto a cedere alla pressione del popolo che temeva fortemente il ripetersi delle carestie e, quindi, una violenta reazione della plebe. Pompeo diventò così il padrone assoluto di Roma con poteri che nessun altro aveva mai avuto prima: al suo comando, infatti, aveva 500 navi, 12 000 soldati e 5 000 cavalieri. Con queste forze, nel giro di tre mesi riuscì a riaprire le rotte nel Mediterraneo.

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