Liberi e schiavi

È sempre stato così: al di sotto di aristocratici ed ecclesiastici vi era la massa degli uomini comuni. Questi erano divisi in servi e liberi. I primi erano considerati proprietà di un padrone, non avevano alcun diritto e conducevano un'esistenza non diversa da quella degli schiavi dell'antichità. Gli uomini liberi erano invece i figli di padri liberi oppure di servi affrancati (cioè resi liberi) dal padrone alcuni erano piccoli proprietari terrieri o fittavoli, altri si davano alla carriera ecclesiastica e costituivano la cerchia di chierici. Una categoria intermedia era costituita dai cosiddetti "servi casati", cioè residenti nel fondo agricolo loro assegnato e sono chiamati anche servi della gleba, cioè della terra, con chiaro riferimento alla loro impossibilità di abbandonare il podere in cui vivevano e lavoravano.

Questi uomini non possono considerarsi schiavi, perché non erano di proprietà del signore, ma neanche liberi, perché tutta la loro famiglia di generazione in generazione era vincolata a quella terra e obbligata a coltivarla. Quando il podere in cui essi vivevano e lavoravano era venduto o veduto, anch'essi passavano alle dipendenze del nuovo proprietario: la differenza sostanziale tra servi e servi casati consisteva nel fatto che questi ultimi conducevano un'esistenza più autonoma, potevano avere una famiglia e trasmettere il proprio mestiere ai figli; quando passavano all'erede o al nuovo proprietario, non correvano il rischio di essere separati dalla famiglia e nuovamente venduti. I servi casati erano obbligati a compiere lavori (corvées) per conto del padrone in terre diverse da quelle loro assegnate, a fornire prestazioni gratuite a favore del padrone e della comunità, soprattutto ai lavori di manutenzione e sono tenuti a trasferirsi se le circostanze lo avessero richiesto.

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