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La sorte della Lex Iulia

Le leggi fatte approvare da Augusto per moralizzare la vita familiare furono effettivamente applicate? In particolare, fu veramente applicata la legge sull’adulterio? Il poeta Giovenale pensava che così non fosse. In un suo celebre verso, infatti, leggiamo una domanda chiaramente retorica: “Dove sei Lex Iulia, stai forse dormendo?”. E probabilmente, su questo punto Giovenale aveva ragione. Le fonti, infatti, fanno pochissimi riferimenti ai processi per adulterio.

Le adultere, dunque, non venivano punite nelle forme del processo criminale voluto da Augusto. In parte, forse, la tradizione secolare, secondo cui l’adulterio era una questione privata, era troppo forte perché i Romani accettassero un’intrusione dello Stato nelle loro questioni familiari. Se è vero quanto riferisce Dione Cassio, del resto, lo stesso Augusto ne era consapevole. Quando il Senato, preoccupato per il dilagante malcostume, gli chiese di intervenire con maggior decisione, egli ripose: “Date voi stessi alle vostre mogli i consigli e gli ordini che ritenete necessari: così io faccio con la mia”.

Ls posizione di Augusto certamente non era facile. Il suo comportamento personale non corrispondeva, infatti, ai dettami delle sue leggi (lo si accusava di avere avuto numerose relazioni extraconiugali) e persino le inclinazioni adulterine di sua figlia Giulia gli creavano un estremo imbarazzo, tanto da costringerlo a esiliare la donna, trentasettenne, sull’isola di Pandataria (odierna Ventotene; nello scandalo forse coinvolto il poeta Ovidio). Egli doveva inoltre fare i conti, da un lato, con coloro che ritenevano le sue leggi insufficienti e, dall’altro, con il fronte, ben più numeroso, di quelli che viceversa non accettavano che lo Stato stabilisse le regole della loro vita privata.

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