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Il vescovo nell’impero romano

Il cristianesimo si diffuse rapidamente in tutto l’impero, ma molto più velocemente nelle città che nelle campagne dove invece continuarono a lungo i culti pagani. Le numerose comunità cittadine erano guidate da un vescovo (dal greco “epìskopos” cioè guardiano). Il vescovo risiedeva nella città principale e la sua autorità spirituale si estendeva a tutte le città e campagne circostanti in cui sorgevano le parrocchie (dal greco “paroikìai” cioè nuclei di case). Inizialmente il vescovo veniva eletto dai fedeli, ma in seguito fu l’assemblea di tutti i vescovi della provincia a eleggerlo. Le città più grandi e con un numero maggiore di fedeli, venivano chiamate metropoli (“città madri”) e il loro vescovo aveva un’autorità maggiore rispetto a quella dei vescovi nelle città più piccole.

Successivamente, il vescovo, acquisì sempre più influenza nel crescente vuoto di potere del tardo impero e divenne ben presto la figura di riferimento di ogni città. Divenne così riferimento non solo per le questioni spirituali, ma anche per quelle di origine giudiziario o burocratico. Egli, inoltre, gestiva grandi somme di denaro provenienti dalla raccolta delle elemosine e dai benefici concessi dallo stato alla chiesa; ed era da questi guadagni che il vescovo attingeva per proteggere i deboli e dar loro da mangiare, rendendosi molto più utile dell’ormai incerta amministrazione imperiale.

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