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Impero romano: la crisi del III secolo

Nel III secolo, l’Impero Romano è caratterizzato innanzitutto dall’ anarchia militare. In tutte le parti dell’ Impero sorgono pretendenti al trono, appoggiati dall’esercito e la popolazione viene abbandonata al saccheggio, alle rapine, alle devastazioni. Pertanto le legioni diventano i veri arbitri della scelta dell’imperatore in sostituzione del Senato e delle magistrature civili che hanno perso ogni autorità. Gli stessi imperatori sono soldati che arrivano sul trono con l’appoggio momentaneo dei loro commilitoni ma dagli stessi anche subito destituiti o assassinato non appena viene a mancare il favore. Inoltre le stesse legioni sono romane solo di nome perché per affrontare i rivali, ciascun pretendente mette insieme dei masnadieri provenienti da ogni parte dell’ Impero, soprattutto da quelle più povere. Anzi, in molti casi vengono arruolati perfino dei barbari. Il rischio creato da questa anarchia militare è notevole perché l’Impero rischia di frantumarsi in una grande quantità di domini personale.
Grazie all’energia di Diocleziano, un imperatore proveniente anch’esso dall’ Illiria, l’ Impero riesce a salvarsi, ritrova l’unità e viene ristabilito l’ordine, anche se ormai non più florido e pacifico come ai tempi di Traiano. Tuttavia le conseguenze dell’anarchia si fanno ben presto notare nell’economia, di per sé piuttosto modesta che non supera lo stadio della bottega artigiana. Esposte a tutte le rapine delle soldatesche, le città si impoveriscono e molte attività economiche spariscono. Gli artigiani ed i mercanti di un tempo, letteralmente straziati dalle estorsioni degli imperatori necessarie per accontentare l’ingordigia dei mercenari, smettono di lavorare e vanno ad ingrossare la massa affamata presente in ogni grande città, per chiedere solo di che mangiare e di che divertirsi.
Ad aggravare una situazione già così grave si aggiunge una crisi monetaria, causata dalla rovinosa politica finanziaria degli imperatori. Infatti, per avere denaro sufficiente, essi adulterano le monete coniando al posto delle monete d’argento altre monete composte da metallo di nessun valore. La moneta così adulterata perde subito credito nel pubblico,m accrescendo così la confusione generale e facendo impennare i prezzi.
Nella campagne si forma poco a poco il latifondo i cui proprietari erano quei pochi fortunati che avevano potuto approfittare del favore dei vari imperatori. I latifondisti non erano in grado e nemmeno avevano interesse a sfruttare i loro vasti terreni e preferivano lasciarsi a pascolo o a bosco o a praticarvi un’agricoltura estensiva, in mano a schiavi poco motivati. La cultura della vite e dell’olivo spariscono e la produttività delle terre diminuisce. Avanzano quindi la fame e la carestia che causano lo spopolamento dell’ Impero anche se con la legge Ius trium liberorum si cerca di favorire le famiglie numerose e scoraggiare i celibi.
Accanto alla crisi materiale, con diverse sfaccettature, si ha anche una crisi morale ed intellettuale generalizzata: gli spiriti sono disorientati, il paganesimo non è più in grado di dare risposte valide e dappertutto si ha il gusto per la perversione, per gli spettacoli fruenti e per la brutalità in genere. Eccetto il nucleo di scritto appartenenti alla letteratura cristiana, gli scrittori romani sono solo retori o pedanti ed anche nell’architettura la mania del fasto e del grandioso sostituisce il gusto per il vero bello artistico che, nei secoli passati, invece aveva reso così illustre l’arte classica.
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