Imperialismo romano

A partire dalle guerre puniche, infatti, gli storici sono soliti individuare, nella politica estera di Roma, una decisa svolta in senso imperialista.
Una prima interpretazione di tale cambiamento è basato sull'importanza assunta a Roma proprio dal ceto emergente degli equites, che traeva la sua ricchezza non più dal capitale fondiario ma dalle operazioni finanziarie: affaristi e finanzieri aumentavano i propri profitti a ogni nona campagna di conquiste, grazie alla gestione dei rifornimenti alla flotta e all'esercito. Inoltre, in caso di vittoria, gli equites avrebbero sfruttato le risorse economiche dell'Oriente, moltiplicando i loro guadagni con l'appalto delle imposte, lo sfruttamento delle miniere, la costruzione di opere pubbliche, la navigazione. Una seconda interpretazione è data da chi sottolinea il significato politico delle motivazioni con cui il Senato romano intraprese l'espansione in Oriente. Con ogni probabilità la nobilitas era certa del pericolo rappresentato dalle mire di Filippo V di Macedonia: il Senato ipotizzava che l'alleanza tra Filippo e Antiocco III avrebbe costretto Roma a un conflitto contro due regni che, insieme, potevano contare su un enorme apparato militare. Perciò le guerre macedoniche furono piuttosto azioni preventive. La "svolta imperialista" fu comunque l'esito dell'accettazione della guerra come unico metodo per insolvente i conflitti, basato sulla convinzione della superiorità dell'esercito e sostenuto dalla smodata corsa all'arricchimento dell'aristocrazia e del popolo.

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