L'impero hittita si differenzia notevolmente dal modello centralizzato che caratterizza il governo babilonese. I sovrani, scelti dai capi delle grandi famiglie tra i guerrieri più coraggiosi, pur esercitando funzioni importanti, quali la guida dell'esercito, il controllo dei sacerdoti e l'amministrazione della giustizia, non godevano di un potere assoluto. L'assenza di un potere inappellabile favorì gelosie e discordie interne, che portarono a una prima crisi del regno di cui approfittarono i Mitanni provenienti dall'Iran e insediatisi in Mesopotamia e in Anatolia. Intorno al 1500 a.C. gli Hittiti riconquistarono però la propria autonomia: si istituì allora la successione ereditaria del titolo regale, assicurando in tal modo una relativa stabilità al potere regio, il sovrano tuttavia, per le decisioni più importanti, era tenuto a consultare un'assemblea composta dai nobili guerrieri chiamata pankus.

Il regno hittita raggiunse il massimo sviluppo con Shuppiluliuma (1380-1346 a.C.), che si impadronì di tutta la Siria settentrionale, spingendosi fino alle montagne del Libano e ai confini dell'Egitto. Meno di un secolo dopo infatti (1284 a. C) l'esercito hittita, guidato dal re Muwatalli, si scontrò Kadesh ( in Siria) con gli Egiziani guidati da Ramses II. La battaglia terminò in sostanziale parità e le due potenze e stipularono un accordo, finalizzato stabilire buoni rapporti tra i due popoli e al riconoscimento del diritto di ciascun sovrano di governare nei propri territori.

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