pexolo di pexolo
Ominide 6527 punti

All'inizio del III secolo a.C. molte colonie greche dell’Italia meridionale incontrarono difficoltà nel fronteggiare la pressione di bellicose tribù appenniniche dell’interno (come Sanniti, Lucani, Bruzi o “Bretti”): antiche poleis greche (come Locri, Reggio, Turi, Crotone) chiesero aiuto alla nuova potenza vittoriosa e Roma andò nella loro regione per difenderle, giacché sapeva ormai come combatterle e contrastarle attraverso la sua tattica manipolare. Questo allarmò la città di Taranto, l’unica città dell’area che potesse vantare un’economia molto florida: essa aveva attivato un ricchissimo commercio (soprattutto della lana) ed aveva una propria flotta oltre all'esercito. Dunque, Taranto reagì alla presenza romana in Italia meridionale perché temeva di doversi rapidamente sottomettere; nel 282 a.C. una piccola squadra navale romana fu assalita da navi tarantine a largo di Otranto: l’episodio fu ritenuto gravissimo dal Senato romano che chiese ai Comizi di votare la guerra contro Taranto. I Tarantini chiesero aiuto a Pirro, re dell'Epiro , che si mosse con elefanti e una grande flotta, con l’intento di sottomettere le città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia, per poi muovere contro Cartagine. Egli considerava Roma una città di secondo ordine, dal momento che la sua fama rimaneva evidentemente circoscritta al Mediterraneo occidentale e non si era ancora diffusa in Epiro e nemmeno nell’area adriatica. Pirro sbarcò in Italia con 25.000 uomini e 20 elefanti (sconosciuti ai Romani) ed ebbe immediatamente due grandi successi: nel 280 a.C. ad Eraclea e nel 279 a.C. ad Ascolti Satriano. Secondo la tradizione, dopo due vittorie di questo tenore la guerra si sarebbe potuta considerare finita, ma Pirro si rese subito conto che i Romani erano totalmente diversi da quelli con cui era abituato a combattere in Grecia: come l’araba fenice, essi risorgevano dalle proprie ceneri e sebbene avessero perso migliaia di soldati erano pur sempre in grado di schierare nuovi eserciti, come se avessero riserve umane inesauribili. Inoltre, Pirro notò che i Romani non combattevano da barbari, ma avevano un esercito di tipo greco addirittura avanzato rispetto agli eserciti greci, in quanto manipolato. Furono quindi avviate delle trattative di pace che durarono a lungo e, nel frattempo, Pirro si spostò in Sicilia (dato il suo grandioso desiderio di scontrarsi con Cartagine): egli riuscì ad avere alcuni brillanti successi con emporia dominati dai Cartaginesi, ma senza concludere nulla di definitivo; ovunque andasse Pirro si faceva acclamare re, ma le città da lui sottomesse non gli davano nessun aiuto militare: il suo era un riconoscimento fittizio, di cui si appagava senza alcun riscontro concreto. Tornato in Italia, Pirro affrontò i romani a Maleventum (poi ribattezzata da Roma in Beneventum) nel 275 a.C., dove Roma riuscì ad ottenere un’immensa vittoria: sebbene l’esito, di fatto, sembra sia stato incerto, Manio Curio Dentato riuscì ad avere la meglio. Pirro decise di abbandonare il progetto e rientrò in patria con i pochi soldati superstiti. Nel 272 a.C. Taranto, disperando ormai di poter resistere, si arrese entrando così nel novero dei socii di Roma: in questo momento in tutta l’Italia non esistevano più comunità indipendenti da Roma.

Hai bisogno di aiuto in Storia Antica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email