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Cesare prese il Piceno mostrando clemenza verso gli avversari e lasciando liberi i prigionieri. Enobarbo come gran parte dei soldati sconfitti passarono dalla sua parte. Intanto Pompeo si spostò a Brindisi con l’intenzione di imbarcarsi per l’Oriente. Ripetutamente Cesare propose di incontrarlo, ma Pompeo rifiutò ogni tentativo di colloquio e salpò attorno alla metà di marzo. Raggiunta Roma Cesare si fece proclamare dittatore, promettendo al popolo grano e denaro. Fece votare la cittadinanza per i transpadani, abolì la legge sillana che impediva la carriera ai discendenti dei proscritti, s’impadronì di oro e di argento, nominò il pretore Emilio Lepido come prefetto di Roma, dette a Marco Antonio il potere di rappresentarlo in Italia e partì per la Spagna. Le uniche forze pompeiane che erano resistite e che costituivano una minaccia erano Afranio e Petreio, nuovi legati di Pompeo appunto che dopo averlo tradito avevano raggiunto le sue forze in Spagna. Aveva dunque l’intenzione di farli capitolare per assicurarsi le spalle prima di andare ad affrontare l’avversario in Piente. Cicerone intanto abbandonò l’Italia e si unì a Pompeo. Cesare incontrò sul percorso la resistenza di Marsiglia che voleva restare neutrale. Le pose assedio, lasciando sul posto tre legioni al comando del legato Trebonio e una flotta sotto la guida di Decimo Bruto, probabilmente un figlio naturale. Poi andò in Spagna dove nella piana di Ilerda ad agosto sconfisse Afranio e Petreio

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