Indice

  1. Sette re riformatori
  2. Romolo e i Sabini
  3. I Tarquini: una dinastia etrusca
  4. La riforma di Servio Tullio
  5. La cacciata dei Tarquini
  6. Il nuovo assetto repubblicano

Sette re riformatori

A partire dalla fondazione attribuita a Romolo, e per i due secoli successivi, Roma fu una monarchia di tipo elettivo. La tradizione storiografica ricorre alla leggenda, divenuta celebre, dei sette re per illustrare alcuni aspetti significativi di questo periodo:
• l’intuizione di innovazioni importanti a livello politico-istituzionale e militare, attribuite a ciascuno dei sette re;
• la provenienza straniera di alcuni di loro (Tito Tazio, associato al trono da Romolo, è sabino, mentre gli ultimi tre sovrani sono etruschi), che testimonia quanto fossero sviluppati in quell’epoca i rapporti fra Roma e i popoli limitrofi.

Romolo e i Sabini

Riforme significative sono attribuite già ai primi due re: Romolo, il fondatore eponimo (dal quale cioè deriva il nome della città), e Numa Pompilio, il fondatore religioso.
A Romolo, re guerriero e legislatore, si fanno risalire: l’istituzione del senato, formato inizialmente dai cento capi (patres) dei clan familiari (gentes) più in vista; la divisione dell’abitato in tribù su base etnica, cioè ‘in tre parti’ (tribus), e in trenta curie, riunite periodicamente nei comitia curiata, le assemblee popolari a cui spettava il compito, tra l’altro, di eleggere i re. Dopo una serie di guerre contro i Sabini, Romolo condivise il potere con il re sabino Tito Tazio.

Da Numa Pompilio ad Anco Marcio A Numa Pompilio sono fatte risalire l’istituzione dei più antichi riti e collegi sacerdotali (Salii, Flàmini, Pontefici) e l’invenzione del calendario, fondamento del culto di stato. Tullo Ostilio, il re guerriero (caratteristica a cui allude lo stesso nome Ostilio, da hostis, «nemico in guerra»), condusse invece campagne militari contro le altre città latine. Infine, con la fondazione di Ostia, attribuita ad Anco Marcio, Roma si aprì lo sbocco sul mare.


I Tarquini: una dinastia etrusca

Nell’ultima fase della monarchia Roma fu dominata dagli Etruschi, come testimoniato dal fatto che etruschi furono gli ultimi tre re: i due Tarquini, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, con la parentesi di Servio Tullio. Sotto i re etruschi si verificò un significativo sviluppo economico, che comportò una maggiore mobilità sociale: fu proprio Tarquinio Prisco ad aprire il senato a nuovi patres, provenienti dalle minores gentes, i clan familiari inizialmente esclusi dalla partecipazione politica.

La riforma di Servio Tullio

Una profonda riforma istituzionale viene poi attribuita dalla tradizione storiografica all’iniziativa di Servio Tullio. All’ordinamento curiato (in base all’etnia) si sostituì l’ordinamento in centurie (in base al censo). La popolazione fu suddivisa in cinque classi a cui poi si aggiunse una sesta classe di proletari nullatenenti: le prime classi formavano l’esercito (classis) mentre i cittadini esclusi i proletari appunto erano infra classem cioè «al di sotto» della soglia minima (100.000 assi) richiesta per la prima classe di leva. Il risultato fu un ampliamento considerevole delle forze armate rispetto ai tempi di Romolo.

La cacciata dei Tarquini

La fine della monarchia coincide con la cacciata dell’ultimo re etrusco Tarquinio il Superbo ricondotta nel racconto del mito a un episodio di natura privata risalente al 510 a.C.: la violenza fatta da Sesto Tarquinio figlio del Superbo alla virtuosa Lucrezia moglie di Collatino uno dei nobili romani più in vista. La conseguente rivolta armata dell’aristocrazia romana guidata dallo stesso Collatino e da Bruto suo parente avrebbe costretto i Tarquini alla fuga e instaurato la repubblica.

Il nuovo assetto repubblicano

In realtà al di là della leggenda di Bruto e Collatino la fine della monarchia si inquadra nella crisi della potenza etrusca nell’Italia centrale: l’aristocrazia romana ne approfittò per liberarsi di un istituto – la monarchia – ormai inadatto a tutelare i suoi privilegi introducendo istituzioni di tipo oligarchico cioè che prevedevano l’accesso alle magistrature solo per le famiglie nobiliari. Queste nuove cariche pubbliche furono create in base ad alcuni princìpi fondamentali allo scopo di evitare che una singola persona esercitasse troppi poteri:
• la collegialità (ogni magistrato aveva almeno un collega che poteva opporsi alle sue decisioni);
• l’annualità (ogni magistratura non superava l’anno di durata);
• la creazione di un cursus honorum (un «percorso delle cariche») fisso secondo cui si poteva avere accesso alle cariche più alte solo dopo aver ricoperto quelle di grado inferiore. Dalla più alta alla più bassa le principali cariche politiche erano
• il consolato: il potere militare (imperium) che in precedenza era appannaggio dei re veniva assunto da due consoli;
• la pretura: i pretori erano magistrati preposti all’amministrazione della giustizia interna (il praetor urbanus) ed esterna (il praetor peregrinus);
• la censura: dopo il loro mandato gli ex consoli assumevano la carica di censori con il compito di stilare le liste dei cittadini divisi per censo e di regolare questioni di ordine morale;
• la questura ed edilità: ai gradi più bassi del cursus honorum si trovavano infine le cariche di questore (amministratore dell’erario pubblico) e di edile (con incarichi di polizia urbana).

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