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Donne avvocato
Nessuna legge romana aveva mai vietato alle donne l’esercizio dell’avvocatura per una ragione molto semplice: sin dai tempi antichi lo spazio delle donne era racchiuso tra le mura domestiche; chi poteva dunque pensare che qualcuna di loro aspirasse a un’attività tanto lontana dalle usanze tradizionali e così proiettata verso la sfera politica? Ma i tempi stavano cambiando e i costumi iniziarono a evolversi, così accadde che nel I secolo a.C alcune donne avvocato si presentassero in tribunale a perorare delle cause. Una di loro fu Afrania, figlia di un senatore che sostenne varie cause pubbliche e visse fino all’epoca del secondo consolato di Giulio Cesare (48 a.C).
La cosa generò uno scandalo presso i benpensanti tanto che la donna fu ricordata con particolare astio dagli scrittori di epoca successiva. Uno di loro, Valerio Massimo, affermava di lei queste cose: “un tale mostro deve essere tramandato alla memoria più per l’istante in cui morì che per l’istante in cui nacque”.
Un altro caso celebre fu quello di Ortensia, figlia del famoso oratore Ortensio e dunque figlia d’arte. Di lei si racconta che nel 42 a.C, quando i triumviri imposero alle matrone romane più ricche una pesante tassa per far fronte alle spese militari, le donne la incaricarono di perorare la loro causa ed essa fece così bene che la tassa venne cancellata.
Con il passare del tempo non solo i letterati, ma anche i semplici cittadini romani finirono per allarmarsi: fu così promulgato un editto pretorio che vietava alle donne di postulare pro aliis (“rappresentare altri in giudizio"), per evitare che, occupandosi di affari pubblici, venissero meno alla pudicizia propria del loro sesso. In tal modo il fenomeno delle donne avvocato non ebbe seguito nella storia del diritto romano.

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